Dopo l’esordio della nuova sede espositiva, affidato a Jannis Kounellis, e dopo diverse mostre con un profilo commerciale forse troppo evidente, la Galleria dell’Oca -luogo d’incontro frequentato da scrittori e registi come Pasolini, Moravia o Elsa Morante negli anni Sessanta- torna alle sue radici storiche. E lo fa presentando il lavoro di Eliseo Mattiacci (Cagli, Pesaro, 1940), riconosciuto protagonista del fronte che ha radicalmente rinnovato l’arte proprio in quegli anni.
L’eccezionale omaggio trasmette un sentimento di intensa malinconia, alle soglie del quarantesimo anno dall’incontro, alla Biennale Internazionale des Jeunes artistes di Parigi del 1967, dell’artista con il noto gallerista Alexandre Jolas, ormai scomparso, che sarà poi il primo a promuovere le sue opere a livello internazionale insieme a quelle di Kounellis e Pascali. Un omaggio in forma di mostra dove risulta interessante l’allestimento, che permette di apprezzare attraverso le vetrine della galleria le due uniche sculture esposte. Si tratta di due opere scomparse dalla memoria collettiva, fortemente legate all’antico gallerista, e recentemente ritrovate.
La prima, Sette corpi di energia, del 1973, esposta solo due volte, una alla Galleria Jolas di Milano nel 1973 e l’anno successivo sempre da Jolas a New York, è formata da sette anime di alberi in alluminio con la figura del dio atzeco Xhosipilli, simbolo della fertilità, situata sopra uno dei tronchi. Dedicata alle civiltà precolombiane, con l’inclusione del nume dei fiori, l’opera riflette sui cicli immutabili della natura, sull’inesorabile passare del tempo come evoluzione o processo, attraverso la crescita incontenibile degli alberi che viene però rappresentata in un apparente immobilismo.
Nella seconda scultura, Spazi Stratosferici, realizzata con trucioli di rame nel 1984 per la casa di Jolas ad Atene, “ciò che reclama ascolto è la tensione di attraversamento, ben resa da materiali dalla plasticità flessibile, particelle, metallicamente rilucente e disposta a bucare ed essere bucata dallo spazio-tempo” (Bruno Corà). Entra così in gioco la dialettica tra spazio e cosmo, in cui i pesi e la gravità trovano un precario equilibrio diventando un’opera leggera, statica o magicamente sospesa, attraverso un particolare modo di togliere peso alla materia. Come una concentrazione di energia catturata e poi perforata che riposa in un’esitante stabilità alcuni secondi prima di scoppiare.
Due lavori che evidenziano i principali stadi del processo creativo di Mattiacci, il primo esistenziale-antropologico e il secondo cosmico-astronomico, e che sono accompagnati da dodici disegni storici. Come Salto ad ostacoli, concepito per il Circo Massimo di Roma nel 1968, Trucioli di ferro e calamita, presentato da Alexandre Jolas a Parigi nel 1969, o il fiabesco trittico Predisporsi ad un capolavoro cosmico-astronomico, in cui una ricorrente stratificazione diventa dimora della sua insistente attenzione rivolta alle stelle e all’infinito. Stupisce, così, la sensibilità di questo piccolo principe che non ha mai smesso di sognare guardando il cielo oltre le nuvole.
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