Le icone del Novecento squadernate davanti agli occhi e rivisitate in modo da recuperane quel senso che la popolarità mediatica gli ha spesso tolto. L’azzeccata sequenza tematica delle sale accompagna lo spettatore attraverso un viaggio allucinato -o illuminato- verso la redenzione, nelle intenzioni dei curatori prevalentemente religiosa, ma che di fatto si allarga alla devozione che dobbiamo alla verità e alla centralità dell’uomo. Perché l’idea di base della mostra sta nel vedere in Warhol artista l’espressione nemmeno troppo velata di Warhol uomo, cattolico praticante e persona intimamente generosa, un lato rimasto sempre nascosto dietro l’immagine pubblica sposata al consumismo del padre della Pop Art. E il pregio della mostra è quello di non forzare la mano su questa interpretazione, ma di lasciarla scaturire spontaneamente dalla composizione del percorso, dalla distribuzione delle opere, dall’intercalare i lavori con immagini prese dalla quotidianità nella quale venivano realizzati. Qualche caduta di tono, forse, nell’aspetto “documentaristico”, fornito dalla presenza delle foto di studio, che però si riscatta nel momento in cui alcune di loro lasciano davvero il segno. Come la teoria, senza apparente soluzione di continuità , di bottiglie di Coca Cola, che ricordano con immediatezza sconcertante gli operai in procinto di entrare in fabbrica del film Metropolis di Fritz Lang.
Andy Warhol (Pittsburgh, Pennsylvania, 1928 – New York, 1987) sembra quasi, con i suoi strumenti creativi, aver individuato la differenza semiologica fra forma-forma e forma-sostanza. Il suo tentativo, riuscito, è quello di far emergere la seconda, legata a quell’orizzonte di senso in cui noi tutti viviamo, e che ci consente di essere connessi dai “fili tirati” della comunicazione -per dirla con Merleau-Ponty-, dalla prima, decantata dalla sovraesposizione mediatica e che può solo essere sottoposta ad un’analisi di tipo semiotico, e dunque strutturale.
Ma questa è solo una delle tante strade cui apre la proposta interpretativa della mostra, che ha l’indiscussa qualità di rimettere in gioco ancora una volta un artista che si è confrontato fino in fondo col depauperamento della ripetizione senza mai caderne vittima, ma di cui si è detto talmente tanto da dare a volte l’impressione che si sia detto davvero tutto.
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valeria silvestri
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