Da circa quarant’anni Sol Lewitt continua la sua ricerca seguendo le direttrici fondamentali di un’arte minimale, astratta, concettuale. L’artista americano ha lavorato all’interno della galleria romana attuando una vera e propria ri – definizione dello spazio. I wall drawings esposti sono stati preparati appositamente per le pareti dell’area espositiva e si basano sulla tricromia nero, bianco e grigio. Semplici fasce di colore, coordinate dalla severa geometria, svolgono la funzione di cornice della parete.
Al limite tra installazione e disegno murale, l’operazione di Lewitt circonda completamente lo spettatore dell’opera, che viene catapultato in una realtà dove i regnanti sono la geometria e la semplicità. Autoreferenziale, monosemico ed aniconico: questi tre aggettivi descrivono completamente il lavoro esposto. Il disegno sulla parete non rinvia ad altro se non ciò che si vede e – come tutta l’arte minimal – ha l’effetto di produrre un azzeramento totale rispetto ad ogni interpretazione esterna.
Le altre opere esposte sono delle
Moltissimi artisti del Novecento hanno scelto varie espressioni geometriche per fondare la propria poetica, dalle geometrie di Perilli, alle bande colorate di Daniel Buren inserite in spazi assolutamente anonimi e inusuali per finire con i tassselli di colore posti ad una prestabilita distanza da Niele Toroni.
Lewitt abbandona totalmente il sentimento empatico per il progetto artistico, lo spoglia di ogni fine e responsabilità per riuscire a distillare solo ed esclusivamnte un’idea , una sorta di motore che avvia il processo ideativo e creativo.Nei Paragraphs affermò non a caso:The idea becomes a machine that makes art. Il suo lavoro lo ha pienamente dimostrato.
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