Il lavoro che Ugo Rondinone presenta nello spazio S8Zero di Palazzo delle Esposizioni si colloca in una regione ambigua, fragile, priva di contorni ben definiti, vorrebbe esplorare il “fondo” della percezione, cogliere la sensazione di incertezza, dilatarla, renderla immobile. Gli elementi ci sono tutti, disposti in un percorso quasi obbligato, straniante: le grandi fotografie, nere, figure di cui non vediamo il volto, ma l’ingombrante, inamovibile presenza, il lucido bagliore degli abiti di gomma, poi la voce monocorde, che pare diffondersi dalle pareti di specchio, parole che si comprendono solo a tratti, in un discorso a metà tra la confessione e il delirio.
Nell’ultima sala tre clown a grandezza naturale, sdraiati, abbandonati, affaticati da un’insostenibile messa in scena, sulla parete di fondo il riflesso moltiplicato, amplificato, in mille schegge, percorso dalle linee bianche, come fossero maglie di una rete, o il tessuto di una ragnatela. E ancora la voce, che forse è diventata musica.
L’ambiente creato da Ugo Rondinone è una realtà a senso unico che finisce inesorabilmente contro una parete piatta, contro un mosaico luminoso: non c’è via d’uscita, ma un’illusione moltiplicata all’infinito nei pezzetti di specchio. Le tracce sono seminate ad arte, per alimentare il senso di sospensione, di immobilità: i clown, le figure nere appena intraviste, sono elementi discordanti, presenze che dovrebbero suggerire altro, il racconto incomprensibile dovrebbe evocare quanto nel tempo si perde, o si dissolve.
Resta il dubbio di avere davanti e di passare attraverso qualcosa di ben costruito e di sicuro funzionamento, un meccanismo che disorienta in un gioco di simboli ed allusioni, consapevole di non dire quel tanto che basta: così gli elementi eterogenei di una realtà che traballa resistono.
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