Famiglie, vi odio! ebbe modo di scrivere André Gide, che di provocazioni se ne intendeva. E quell’affermazione – disarmante per la chiarezza e l’assoluta impossibilità di fraintendimenti – andava a colpire il nocciolo duro, l’inviolabile cuore delle certezze comuni; spegneva con un soffio l’immagine del focolare, senza aggiungere alcuna spiegazione. Fu uno dei tanti atti gratuiti, uno strale ben assestato contro l’istituzione per eccellenza, quella dei vincoli di sangue e degli affetti puri, poi venne la psicoanalisi, il complesso di Edipo divulgato ed applicato in modo sistematico, per instillare il dubbio che non tutto nel nidofosse poi così rassicurante.
Contestata, accusata, divisa e – nell’ultima versione molto à la page – allargata, la famiglia ha superato anche il Novecento (secolo breve secondo definizione di Hobshawn, ma decisamente intenso), complice un’inesauribile capacità mimetica e di adattamento.
E l’imago correlata è riuscita ad attraversare un secolo di arte contemporanea, sopravvivendo ad avanguardie e ritorni all’ordine: la mostra – allestita negli spazi del Museo del Corso a cura di Claudio Strinati, Fabio Benzi, Alessandra Maria Sette e Paola Magni – ci racconta come, in un percorso che della famiglia esamina personaggi, luoghi e situazioni.
L’Idillio è la fase preliminare, l’incontro e l’innamoramento: Balla ritrae la sorella della signora Pisani con il fidanzato, lei è di profilo, nell’atmosfera fumosa i tratti si dissolvono, la rendono simile ad una figura soprannaturale (donna angelo, si direbbe citando il topos del Dolce Stil Novo o più prosaicamente angelo del focolare…) lui ci guarda, frontale, immobile, rassicurante e molto protettivo. L’amante dell’Aviatore (di Regina, 1933) è colta in un abbraccio appassionato, ritagliato nella lamiera; Licini evoca un orizzonte fantastico, di personaggi evanescenti e lune; gli Sposi di Melotti sono ingabbiati in una struttura delicatissima di fili di ottone e sfere.
La donna sarà Moglie e Madre: la vediamo circondata dai figli, o mentre ne allatta uno, è imponente, come una divinità generatrice degli antichi culti, o è una delicata, luminosa figura, come la rappresenta Sartorio ne La Famiglia o Mattino a Fregene.
Con i Padri il rapporto è conflittuale: gli sguardi non s’incrociano, la vicinanza non cela l’incomprensione. Se il figliolo è prodigo comunque non ritorna pentito, anzi è lo scontro diretto, una lotta ambigua, simile ad un abbraccio disperato. (è così nella piccola terracotta di Arturo Martini, Ritorno del figliol prodigo (Amplesso)).
La geografia della famiglia è fatta di interni domestici, scene quotidiane intrise di una certa vena crepuscolare: pochi oggetti sono sufficienti per individuare un posto amato, conosciuto, basta una tessitura di sguardi e di gesti affettuosi ad animarlo. Succede nelle Pettinatrici di Spadini e di Antonietta Raphael, o in Andiamo che è tardi deliziosa tranche de vie dipinta da Balla nel 1934.
È un luogo della famiglia anche il cuscino dono Alighiero e Caterina: Alighiero Boetti lo distribuì – quasi una bomboniera – agli amici più cari il giorno del suo matrimonio; lettere disposte a scacchiera (secondo una soluzione formale tipica dell’artista) formano il nome degli sposi, sembrano descriverne e ne circoscriverne il piccolo mondo a due.
Sfilano i ritratti di famiglia, del resto sono il nucleo ideale dell’allestimento (la sezione è immagine della famiglia):dai congiunti dell’artista, alle scene di virtù domestica, alle rappresentazioni enigmatiche cariche
Si snoda lungo un secolo questo lessico familiare, tra le tante opere in mostra segnaliamo qualche curiosità, una sorta di piccolo percorso tra quel che non v’aspettereste – forse – di trovare. Dalla famiglia Politi in uno specchio di Pistoletto, ai figli di Cristiano Pintaldi, ad Alessandro Gianvenuti, questa volta non in veste di artista, ma di soggetto – insieme con mamma, papà e sorellina – in un’opera di Mario Schifano.
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figata
mostra discreta, spazio pessimo, teatro virtuale patetico. ciao
Molto bello...
Dài Janaz, lo spazio è un palazzo, che ci vogliamo fare? subito all'entrata non è male, ci sono quelle sale circolari... poi magari dopo diventa un po' claustrofobico, con quei corridoi stretti... Il personale, piuttosto, è un po' troppo ingessato.
Ma quale teatro virtuale Janaz?