Lucidi pachidermi stesi su un pagliericcio o ai bordi di una piscina. Pigri felini di grossa taglia allungati mollemente al sole con lo sguardo perso nel vuoto. E intorno muri, recinti, griglie. La cattività, rappresentata in tutti i suoi aspetti, è un leit motiv quasi ossessivo per Gilles Aillaud (Parigi 1928 – 2005), iniziato a partire dalla metà degli anni ’60. Soggetto privilegiato per opere spesso di notevoli dimensioni, che hanno il palese intento di andare oltre la semplice rappresentazione, mettendo lo spettatore di fronte all’esperienza completa dell’animale in gabbia. Oggi, per inciso, le gabbie non esistono più (o non dovrebbero) e il giardino zoologico si chiama Bioparco. Ma le immagini nette, stagliate sulla tela dall’artista francese con pennellate sapienti, con pochi e precisi colpi di colore puro, parlano della condizione umana . La stessa che Hannah Arendt descrive nel suo omonimo libro (in italiano il titolo è Vita activa), dove parla di un uomo moderno schiavo del consumismo, rinchiuso nelle gabbie che lui stesso si è costruito: quelle delle strutture sociali, delle strategie di potere, delle ideologie. Un attivismo e una volontà che certo ben poco ha a che fare con la rassegnata passività del bestiario descritto da Aillaud, rappresentato con un desolato realismo e una spietatezza alla Edward Hopper, ma dove l’idea di un riscatto riesce malgrado tutto a farsi strada. Osservando sgomenti il teatrino di una natura messa sotto vetro per il nostro divertimento e la nostra curiosità, ci si chiede infatti se non è da lì, da questa situazione di inarrivabile prevaricazione, che può avere origine il lume della coscienza e della percezione di una dimensione umana più vera.
Le inquadrature geometriche e la drasticità della luce contribuiscono non poco ad aumentare l’effetto di allucinata alienazione che già provoca questo habitat artificiale, costituito da rocce di cemento, legni posticci e maioliche, dove si agisce per puro istinto e spirito di conservazione, e non perché la lotta per la sopravvivenza abbia ancora un senso.
La perizia naturalistica dimostrata in questo caso gioca un ruolo fondamentale: l’animale non è solo un simbolo, un’idea generica da innestare all’interno di un contesto illustrativo, ma è un soggetto preciso, esattamente individuabile. E la nozione di individualità è proprio quella che più ha a che fare con l’idea di pensiero, di riflessione e di coscienza, così come si è sviluppata nei secoli: non a caso Gilles Aillaud tra il 1946 e il 1947 si è dedicato allo studio della filosofia, come ricordano le sue note biografiche, e sarebbe interessante sapere quali libri ha letto, approfondito, amato. Sicuramente avranno contribuito a dare vita alla sua visionarietà, che trova nella pittura figurativa e nella descrizione della natura (due riferimenti che, anche se in modi diversi, lo accompagneranno per tutta la sua attività artistica) i suoi elementi più congeniali e che sfrutta griglie –quelle del pensiero– che sono le uniche a non imprigionare l’uomo. Contribuendo, al contrario, a renderlo libero.
valeria silvestri
mostra visitata il 7 febbraio 2007
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