Il corpo è sempre il suo, quello di Vibeke Tandberg (Oslo, 1967), una delle più note artiste scandinave del momento. Nel gioco della trasformazione emergono significati di matrice esistenzialista. Per questa prima mostra romana dedicata, il curatore, Giacomo Zaza, che conosce il suo lavoro dal 2002 (dalla personale (Un)dress presso la Galerie Yvon Lambert di Parigi), presenta il tema specifico dell’immagine dell’artista. “Ho voluto creare un percorso” spiega “in cui l’immagine di lei incinta passa a diventare un simulacro inquietante quando si trasforma nell’uomo anziano. La vita stessa che porta in grembo viene incapsulata nel vecchio. E’ un lavoro sull’identità, sulla vita e la morte, sul simile e il dissimile…”.
Sono tre in tutto le opere presentate, una per ogni sala: Undo (2003), un lavoro esclusivamente fotografico (sette scatti a colori di grande formato); il video Redo (2004) e Old Man Going Up and Down a Staircase (2003), che unisce fotografie e video. Per l’esattezza, le otto immagini in bianco e nero sono tratte dal video, ma non sono in sequenza. Ogni fotografia vive da sola. L’artista norvegese indossa la maschera della vecchiaia, che si traduce nel disagio e nella fatica fisica di un uomo anziano -e piuttosto in carne- che sale e scende le scale interne di un
La luce calda accoglie e coinvolge lo spettatore nella sala in cui Tandberg, a piedi nudi sul parquet chiaro, indossa una canottiera e una paio di mutande a calzoncino che evidenziano le sue forme lievitanti. Il bianco degli indumenti ha una continuità di tono nella bianchezza delle pareti, degli infissi, delle prese della luce. Nel grembo dell’artista cresce il suo bambino: è l’attesa, la proiezione verso il futuro.
Ambientazione esterna –en plein air– per Redo, manifesto poetico sulla “metafora del risveglio”. Ancor più che negli altri, in questo lavoro emerge la provenienza della Tandberg dalla Scuola di Cinematografia e la sua familiarità con il teatro. Qui è il verde che predomina, insieme a un sottofondo di uccellini cinguettanti. Molto lentamente, foglia dopo foglia, l’artista rinvigorisce un albero spoglio. Non è la natura che dà all’uomo, ma , per una volta, l’uomo che interagisce con la natura. Un potere ancora più pregnante se nell’atto è coinvolto l’artista.
manuela de leonardis
mostra visitata il 5 ottobre 2005
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