Solo una linea: nervosa, sottile, sensibile. Così Henri Toulouse-Lautrec (1864-1901) inseguiva profili sfuggenti, visi volgari o ammalati di solitudine, così ha raccontato luoghi e persone di una Parigi fin de siécle diventata leggenda. Di lui –e su di lui- un’anneddotica sconfinata e un paradosso: il personaggio –genio sregolato da manuale– ha finito quasi per fagocitare l’artista. Rimangono i tratti caratteristici, il nanismo, le origini nobili, l’alcol, la morte precoce, ma l’artista sfuma, sostituito dal menestrello cantore della Bella Epoque, mentre prostitute, ballerine, attrici, avventori, cantanti trasfigurano in una specie di corte dei miracoli sfrenata, disperata, irresistibile.
Toulouse è soprattutto un disegnatore, le sue affiches –una per tutte il Divain Japonais con la figura vestita di nero che diventa una silhouette- sono inconfondibili: il taglio è fotografico, le prospettive azzardate, spesso incongruenti, le tinte piatte s’incastrano in un gioco di linee sinuose. Tutto questo diventerà Art Nouveau.
Proprio dai manifesti prende avvio l’allestimento che il Complesso del Vittoriano
Spiega Julia Frey –curatrice della mostra- come sia difficile spezzare un cliche, soprattutto quando ha assicurato così tanta fortuna all’artista presso il pubblico. L’idea, allora, è di mostrare un Toulouse osservatore dentro la vita, impegnato a dare di questa esistenza un resoconto inesorabile tra squallore e gloria effimera, luci della ribalta e stanze dei bordelli. Strettamente cronologico l’ordine delle opere; i fatti sono noti: dalla scoperta della malattia che lo renderà per sempre deforme, alla passione per il disegno, all’arrivo a Parigi –con breve permanenza presso l’atelier di Fernand Cormon– alle prime mostre. Toulouse fa in tempo ad esporre con Van Gogh (succede nel 1887, presso il Grand Bouillon), conosce i Nabis (e realizza un manifesto con Misia Natanson pattinatrice per la Revue Blanche), colleziona stampe giapponesi, frequenta locali, cafè concerto e maison close. Questo mondo fatuo e affascinante è il soggetto delle sue opere, il suo sguardo è attento, vivace, arguto, indaga tanto il palcoscenico quanto le camere da letto: niente è edulcorato, immagini che tutto sommato fanno rabbrividire (come le prostitute inattesa della visita medica istituzionale) si alternano con scene d’intimità cariche di qualcosa che sembra dolcezza. C’è partecipazione, tenerezza ed una disperazione che incalza.
Toulouse ritrae visi svuotati, in cui le emozioni sembrano essersi consumate: così appare la pagliaccia Cha-u-ko nonostante il boa giallo che l’avvolge come fosse luce (il quadro è del 1896). Così appare l’ammiraglio Viaud –datato 1901- mentre fissa lontano un orizzonte blu, densissimo.
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A chi gli rimprovera la volgarità dei soggetti Toulouse-Lautrec risponde che " il brutto ha i suoi aspetti belli e che è emozionante scoprirli dove nessuno li ha visti ".
Cara Maria Cristina complimenti per l'articolo e cari saluti.
Maria