“Mi chiedono queste fotografie sia per le mostre di arte che per documentare le vicende dell’architettura. Anzi sono più richieste in questi ultimi anni che quando sono state realizzate”, afferma Gabriele Basilico (Milano 1944) davanti alle grandi stampe di Beirut 1991. Appuntamento alla Galleria VM 21 per la presentazione romana delle immagini di una Beirut ferita e offesa dalla lunga guerra civile (1975-1990). Un racconto, attraverso nove foto in bianco e nero e otto a colori, che colpisce profondamente l’osservatore. O meglio “una specie di missione nel leggere il tessuto urbano” ci dice Basilico “e riordinarlo attraverso la fotografia”.
All’evento, che fa parte della IV edizione del Festival di Fotografia, è collegata la mostra di Villa Medici (“Laboratorio Beirut 1991”) dedicata ai provini a contatto dei 578 scatti –“una specie di fiume di immagini”– realizzati durante tre settimane di lavoro, nel 1991. L’esperimento ha il suo fascino perché è sempre interessante entrare, anche solo per un attimo, nella “testa” di un fotografo, quando nella fase successiva allo scatto si sceglie l’immagine da stampare. La foto è buona quando la crocetta è lì, apposta sopra o al lato del riquadro del provino. “Adesso il lavoro si è un po’ storicizzato, diventando un simbolo”, continua Basilico.
Si coglie il silenzio dopo gli spari, in alcuni scatti. L’atmosfera sospesa di quando, dopo il dolore, subentra la malinconica e, nello stesso tempo, la necessità di credere in qualcosa di nuovo, la speranza del futuro.
“Da queste finestre si sparava” -dice avvicinandosi ad una fotografia- “trincee e bossoli ovunque. Sembra una guerra da rodeo. Era pericoloso muoversi perché l’area non era stata ancora completamente bonificata dalle mine.”
Paura ed eccitazione, quindi, questo è l’impatto emotivo di Basilico con la capitale libanese. Dell’antico splendore della città cosmopolita -intellettualmente disinvolta- che era la Beirut di un tempo, poche lievi tracce nei palazzi fantasma. Il centro era abbandonato a sé stesso, movimentato solo dalla presenza di qualche carretto, rari taxi e dal ronzio dei generatori di corrente. L’intervento, su invito della scrittrice libanese Dominique Eddé, aveva per obiettivo proprio questa area urbana. Insieme a Basilico furono coinvolti altri cinque fotografi internazionali: Robert Frank, René Burri, Josef Koudelka, Raymond Depardon, Fouad Elkoury.
E proprio a Beirut il fotografo-architetto è tornato -per conto della rivista Domus– nel 2003, trovando una realtà molto diversa dal suo ricordo. Molti edifici abbattuti e costruiti ex novo, altri restaurati. La città torna a vivere. Ha un nuovo piano regolatore con molti alberghi e una Dowtown piena di negozi e uffici. E’ giusto e auspicabile che sia così, ma la banalità tende a soppiantare il fascino di un tempo. “Con che coscienza posso dire che la mia Beirut è quella del 1991, legata alla morte e allo stesso tempo ad un passato che non c’è più?”. Per Gabriele Basilico è, semmai, “un dispiacere molto soggettivo che si nasconde in quella zona tumultuosa in cui i sentimenti devono rimanere inespressi. Sentimenti legati non tanto alla nostalgia, quanto ad un’esperienza che, essendo stata forte ha lasciato una traccia altrettanto forte.”
manuela de leonardis
mostra visitata il 19 aprile 2005
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