Le opere di Francesco Zolo si mostrano in piccolo formato nella prima sala, così, una sorta di anteprima sincera prima della metamorfosi wood.
Il giovane sassarese, diplomato all’Istituto d’Arte della sua città, realizza superfici polimateriche impastando materiali industriali e naturali. Le sue opere amano la terza dimensione e sanno bene come insinuare il fruitore, coinvolto nell’osservazione di questo micro universo, simile ad una tavolozza incrostata. I colori si concedono a fusioni, a metamorfosi laviche, dentro alle quali vivono materiali di diversa natura, oggetti trattenuti nei volumi e negli spessori della superficie informale: chiodi arrugginiti, plastica, vetro a pezzi, terra e pietre. Questo campionario di materiali, specifica l’artista, vive nell’opera, il suo “cambio di destinazione d’uso”. Un procedimento questo [decontestualizzare/ricontestualizzare], certamente non nuovo alle sperimentazioni artistiche del Novecento che, partendo da Dada al sapore “Duchamp”, attraversa tutto il secolo per arrivare ai cocci di Julian Schnabel e oltre. Zolo sviluppa e prosegue.
Oltre alle capriole cromatiche della superficie pittorica e agli assemblaggi aggettanti di materia informe, l’opera è percorsa – rapida – da fasce trasversali che, come delle proiezioni luminose, oppure opache di sabbia e terra, si riflettono sul pavimento. Un giochino che avviene in quelle sale del Man Ray costrette al buio o meglio, illuminate solo da luci wood: raggi ultravioletti che rendono luminescenti le superfici trattate con speciali colori. La Luce di Wood è quindi protagonista, ed illumina per l’occasione i due dittici di grandi dimensioni, provocando fluorescenze anni Ottanta, che sembrano nascere direttamente dalla superficie pittorica. L’effetto finale è poco più che una carezza per gli occhi.
andrea delle case
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