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L’intervista/Gillo Dorfles | Il Kitsch, eterna costante dell’arte

di - 13 Giugno 2012

Il Kitsch ha occupato alcune sale della Triennale di Milano con la solita prepotente voglia di mettersi in mostra. Festaiolo e coloratissimo, nella sua allegria di facciata, che ben nasconde aspetti più tetri, torna a far parlare di se con l’esibizione dal titolo “Kitsch – oggi il kitsch”.

Curata da Gillo Dorfles, il nostro più importante critico e studioso di estetica che 44 anni fa, per primo, ci introdusse a questo concetto adesso, che di anni ne ha ben 102, ci dimostra come l’arte si serve del kitsch.

Il cattivo gusto che diventa linguaggio ironico e plausibile ha conquistato da tempo un seguito artistico, e ora più che mai lo si trova declinato in tantissimi ambiti della creatività. In mostra è brevemente raccontata la sua evoluzione attraverso le opere di alcuni artisti in questo senso emblematici, come Salvador Dalì o Enrico Baj, che scelsero con grande libertà di far entrare nei loro lavori elementi dissonanti e di dubbio gusto. Un’intera sala è dedicata a Rutger (Rudy) van der Velde che crea divertenti altarini fluorescenti con assemblaggi di oggetti superflui a cui aggiunge l’immancabile teschio sorridente e beffardo. Ma il senso della mostra sta tutto nell’installazione centrale: una vera giostra su cui si è invitati a salire e a girare, seduti in una gigantesca tazzina da caffè ruotante, tipo Disneyland, insomma. Ma guai a scordare che l’effetto Barnum è sempre in agguato. Ne parliamo con il grande vecchio Gillo Dorfles.

Ci aiuti a capire cosa è diventato oggi il kitsch?

«Può darsi che qualcuno dopo la mostra lo capisca. In realtà c’è una leggenda sul kitsch: tutti credono che voglia dire cattivo gusto e basta, invece non è così, il kitsch è una costante del nostro tempo. Un tempo che, a differenza di quanto accadeva nella Roma antica, nella Grecia o nelle civiltà precolombiane, ha accanto all’arte una non-arte, che però è anche arte. Questo fenomeno è cominciato nel secolo scorso con la realizzazione meccanica, in serie, degli oggetti. E questo ha cambiato molte cose. Non c’è solo l’artista vero che fa la sua opera più o meno grande, ma comunque opera d’arte, ci sono l’ artigiano, il semplice manovale, il costruttore, che producono degli oggetti utilizzabili che sono delle apparenti opere d’arte».

Quindi c’è chi fa arte non intenzionalmente e c’è anche chi con consapevolezza utilizza il kitsch nell’arte?

«Ci sono due aspetti, uno quello spontaneo, proprio di quelli che fanno la “gondola di Venezia”, oppure il Santo Padre dentro una conchiglia, e questi sono oggetti turistici, indubbiamente di cattivo gusto. Questo è il kitsch deteriore, ma poi ci sono quegli artisti che fanno opere servendosi di questi elementi. Faccio un solo nome, Enrico Bay, che su ritratti raffinati immetteva oggetti di cattivo gusto. Così è venuto fuori un nuovo aspetto dell’arte che non esisteva prima».

Il “cattivo gusto” è un concetto relativo, che varia costantemente. Ricordo una frase provocatoria di Picasso che diceva: “il gusto non c’entra con l’arte perché il gusto è una cosa da gelatai”. Concorda?

«Picasso poteva anche azzardare delle definizioni balorde, perché effettivamente questa definizione è molto approssimativa. In realtà il gusto esiste in ogni epoca, come ogni epoca ha il suo stile. Oggi abbiamo varie correnti di gusto, non ce n’è un’unica, e tra queste ci sono anche quelle in cui il gusto è scomparso. In un’epoca come la nostra è ovvio che anche l’arte sia in un certo senso degradata».

Si riferisce all’arte contemporanea? Che cosa pensa della complessità della produzione artistica del nostro presente, anche alla luce delle feroci critiche che ha suscitato recentemente?

«Non posso farle un trattato d’arte contemporanea in due minuti. Però è indubbio che ci sono nuovi settori che una volta non esistevano Penso a opere che sono assemblaggi oppure installazioni, insomma lavori anche complessi che prima non esistevano erano inconcepibili. Che poi tra gli artisti che fanno queste opere siano pochi quelli veramente buoni, questo vale sia per la nostra epoca come per le precedenti. E se mettiamo in conto la libertà di azione e la mancanza di quelle regole che, almeno fino a un certo punto, dominavano una volta nella creazione di dipinti o sculture, naturalmente ci sono artisti che si sfogano ad inventare cose nuove: alcuni ci riescono, ma la maggior parte non ci riesce. Insomma, bisogna saper scegliere tra chi ha saputo realmente inventare qualcosa di nuovo e chi ha fatto dei tentativi falliti».

Cos’è che la emoziona ancora nell’arte?

«L’arte mi ha sempre emozionato, e mi emoziona ancora, ma solo se è veramente arte. Dire cosa mi emozioni in particolare è impossibile».

Come artista lei continua a produrre, cosa ha realizzato ultimamente?

«Certo che continuo a produrre! non son morto ancora, capisco che lei allude alla mia età. Guai se facessi altro, vivo di quello. Non che mi renda soldi, però continuo, è la mia grande passione».

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  • Come vorrei arrivare a 103 anni con una vitalità e un entusiasmo tali, e dire delle cose tanto vere senza giri di parole inutili. Grazie Gillo

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