Il dardo è appena stato scoccato: il sangue zampilla dalla ferita, il carnefice tende ancora l’arco. Il Martirio di Sant’Orsola è l’ultima opera di Caravaggio: i documenti –noti da una ventina d’anni- ne tracciano con insolita esattezza la storia. Dall’anno d’esecuzione, il 1610, al luogo, Napoli -dove il pittore aveva fatto ritorno dopo la parentesi a Malta e le tappe siciliane a Siracusa, Messina e Palermo- al committente, il principe genovese Marcantonio Doria. Nella parabola tragica non manca l’intermezzo comico: deus ex machina in questo caso è il procuratore napoletano dei Doria –Lanfranco Massa– che mette il quadro –consegnato dal Merisi fresco di vernice– ad asciugare al sole, prima di imbarcarlo per Genova. Non è esattamente il provvedimento migliore, perché i raggi del sole provocano l’effetto contrario e il calore tende a sciogliere gli strati di pittura.
È l’inizio di una serie di vicende che finiranno per minare la conservazione della tela: in seguito sarà arbitrariamente ampliata (forse per adattare le dimensioni ad una nuova collocazione), in parte ridipinta (esemplare il caso delle pighe della tenda sullo sfondo, erroneamente lette come aste di una serie di lance e quindi completate –a posteriori- con una punta decisamente fuoriluogo…), i colori alterati con ostinate velature brune.
Il restauro appena concluso (condotto tra il 2003 e il 2004 nella sede dell’ICR di Roma) restituisce quasi interamente l’opera così come doveva esser stata in origine concepita, così l’ultimo Caravaggio -prima di trovare posto a Palazzo Zevallos Stigliano sede della collezione della Banca Intesa- si appresta a compiere un vero e proprio tour. Da Roma –Galleria Borghese, che tra l’altro ospita un corpus di opere di Caravaggio proprio nella sala adiacente a quella della mostra- dove resterà fino al 20 giugno a Milano (pinacoteca Ambrosiana, dove è conservata la celebre Fiscella), a Vicenza (Gallerie di palazzo Leoni Montanari).
Il saggio di Mina Gregori –nel catalogo edito in occasione della mostra- fa il punto sulla complicata storia attributiva (in prima battuta il dipinto era stato attribuito –seppur con qualche dubbio-a Mattia preti) mentre le operazioni di pulitura e conservazione hanno riportato a galla la cromia originale, il chiaroscuro vivido, il metallo lucente dell’armatura del personaggio sull’estrema destra, il ghigno del carnefice che appena s’intravede, il rosso acceso del manto di Sant’Orsola. E proprio questo restauro ha permesso di scoprire un particolare occultato nel corso del tempo. È la mano del personaggio che è dietro la Santa, una mano puntata verso chi guarda il quadro, che attraversa lo spazio, in un gesto eternamente presente, ancora tesa per impedire il dramma, l’inevitabile.
Inevitabile che –puntualmente- raggiungerà Caravaggio in viaggio verso Roma, lungo il litorale tirrenico, a Porto Ercole nel luglio del 1610. Un mese prima il Martirio di Sant’Orsola era arrivato nella casa dei Doria, a Genova.
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Pochi sanno, o ignorano del tutto, che il celebre dipinto di Caravaggio "Il martirio di Sant'Orsola" si trovava a Eboli(Salerno), in una villa di campagna che apparteneva alla famiglia Doria, feudatari di Eboli. Essa fu poi venduta dai Doria ai baroni Romano Avezzano, con tutti gli arredi, compreso il celebre quadro di Caravaggio. La baronessa Felicita Romano Avezzano portò con sé il dipinto a Napoli e lo vendette, agli inizi degli anni Settanta del sec. XX, alla Banca Commerciale Italiana, ora Banca Intesa, a Napoli che ne è l'attuale proprietaria.
Gerardo Pecci, Storico dell'arte.