Non poteva mancare all’appello della serialità in casa Prime quel felino dalle innumerevoli vite (molte ripetute) di Woody Allen, famoso ai più per essere il regista che tutti conosciamo. Proprio per questo motivo, Allen smonta un suo possibile film in sei episodi più o meno della stessa durata, una ventina di minuti, e infila questi capitoli uno dopo l’altro in Crisis in Six Scenes, per farne qualcosa di unitario, una sorta di film, appunto.
Niente male il cast, con Miley Cyrus a fare da spalla al regista totale, spunto per ridurre la frattura per cui, senza fargliene una colpa, una certa generazione non è potuta crescere assieme ai film di Allen, quindi magari trova il titolo disponibile in catalogo, ci fa un pensierino prima di girare in tondo nella sua produzione. La spalla si fa valere anche in scena, capitano sempre cose rocambolesche cui, per tamponare, bisogna rispondere per tempo, con poche parole, quelle giuste, che soddisfano eludendo.
Hannah Montana è ancora sospesa nel suo doppio, innocente e colpevole, magari stavolta è cresciuta dunque i temi sono diventati politici, però non è il caso di affidare troppa responsabilità agli stereotipi di genere. Insomma, psicologia, vita affettiva, vita di coppia, lavoro, amici, parenti, serpenti: i fili sono quasi sempre gli stessi, stavolta ci sono attaccati gli attori giusto per farne una serie tv, di quelle che possano in qualche modo evidenziare anche il laboratorio filmico di una certa standardizzata produzione per il più abile degli ultimi serialisti nati con la camicia.
Una faticata, una serie non è un film, dunque una stagione può bastare. Allora non è una vera serie. Eppure i motivi sembrano quelli di una serie, una di quelle serie americane, però con un tocco autoriale. Ecco perché si poteva cadere in tentazione, e così è stato: realizzare questa serie per Amazon, lasciare la propria firma in catalogo per tastare il polso, adesso batte forte seriale, quindi ci può stare.
Anzi grazie: una buona serie Amazon, Woody Allen, tu che fai?
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