Quello della casa è uno dei topoi più cari all’arte contemporanea. Lo spazio privato come luogo dell’esperienza intima e quotidiana. Spesso rifugio, nascondiglio, territorio di paure, fantasie, ossessioni… la struttura abitativa rappresenta la dimensione dell’io, e le pareti sono la barriera che separa ed insieme mette in comunicazione col fuori. L’identità, lo sguardo rivolto all’altro e al sé, la costruzione fisica e simbolica del proprio universo.
Valentina Glorioso (Palermo, 1977), con il suo progetto Sweet Home, vince, lo scorso settembre 2003, la quinta edizione del Genio di Palermo. L’installazione temporanea è stata realizzata in un fazzoletto di prato verde, all’interno di una delle ville pubbliche di Palermo. Una casetta in plexiglass, un unico piccolo vano totalmente trasparente, a dimensioni naturali, in cui è possibile entrare attraverso una larga apertura a forma di cuore. Tutt’intorno, piantati in mezzo all’erba, decine di spilli, enormi, quasi dei paletti tra cui si è costretti a fare slalom per raggiungere l’ingresso della “dolceamara” dimora.
La casa-giocattolo funge da piccolo e ironico tempio laico, una sorta di moderno santuario muliebre (l’antico tesmophorion greco ne è un’ideale rappresentazione storica), che racchiude simbolicamente i sogni e i desideri preconfezionati, retorici e conformisti di cui si nutre l’immaginario femminile più ingenuo.
Immagine zuccherosa e melensa, a metà tra lo stereotipo fiabesco e il modello televisivo da soap opera, questo guscio romantico –che ha forse il difetto di non spingere a sufficienza sul tasto dell’ironia e della dissacrazione- in realtà non protegge e non accoglie, e non è affatto il caldo e confortevole rifugio dove coltivare rosei ideali di stabilità, serenità, armonia. Nessun fotoromanzo dunque, nessuna favola da realizzare, nessuna utopica sicurezza: maternità, famiglia, matrimonio, eterna giovinezza… I sogni sono fragili come vetro, privi di fondamenta, leggeri come quattro pareti sottili che non nascondano e non rivelano nient’altro che la loro precarietà. Gli spilli rappresentano il pericolo, la minaccia, la ferita. La realtà aspra, contro cui si infrange il sogno innocente.
Pur essendo dotata di una buona coerenza formale e concettuale, la sweet home non riesce a fare della sua estrema chiarezza un punto di forza. Il progetto rivela una costruzione un poco debole, che affronta lo stereotipo, ma vi rimane in qualche modo invischiato. Non giungendo ad articolare con sufficienti intensità e originalità le suggestioni e i temi indagati.
helga marsala
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Ma le 7 pagine di commenti che dicevano che questa installazione era una grandissima schifezza dove sono? Chi vi ha chiesto di toglierli Batt?