Resta la sua dimensione prediletta, l’orizzonte delle sue riflessioni sensibili. Per Carlo Guaita è la Natura lo spazio d’indagine privilegiato in cui cercare umori, formule, corrispondenze, griglie visive o teoriche.
Così, nel tempo, rimane invariato –ostinatamente– quel perimetro limpido entro cui muoversi: l’infinito della natura si fa concetto e insieme prassi, idea e metodo.
Il primo lavoro, all’ingresso, appartiene ad una fase passata, quando il paesaggio era evocato e “marcato” da opere concettuali accostate a riferimenti colti (citazioni tratte da testi filosofici e scientifici), spesso vere e proprie didascalie, note al margine, iscrizioni.
E le stelle perseveranti si spengono (1998) è una stecca di alluminio, una lunga linea poetica, silenziosa: se ne sta su una parete, ad altezza d’occhi, immobile, come a tracciare il profilo di un orizzonte remoto. La linea –confine inesistente tra due parti opposte di infinito– non è esattamente muta, ma dice, sottovoce, qualcosa di assoluto, definitivo.
Un verso inciso sul metallo, poche lettere, con tutta la bellezza che può esserci in una sequenza di parole: il titolo dell’opera, tratto da un noto poemetto di Schiller (La passeggiata), solca questa superficie sottile che potrebbe, potenzialmente, proseguire in entrambe le direzioni, potrebbe non essere un segmento ma una retta senza inizio né fine. Le parole, veicoli di materia tiepida, si condensano sopra un frammento minimo, consentendo allo sguardo di arrestare la corrente ideale, per un istante.
Si spengono le stelle quando l’uomo ha scelto la ragione, il ritmo alieno della città. Ma una stella perseverante è una specie di condanna benevola alle origini, non può spegnersi davvero. E così quell’aggettivo, tagliente e saturo, racconta del conflitto eterno tra il richiamo della natura e l’accesso a dimensioni artificiali necessarie.
Poi, nelle altre sale, la nuova fase, un balzo dentro la pittura, uno spostamento consapevole e provocatorio. C’è una sensazione di déjà vu in queste tele essenziali, rigorose, pulsanti. Superfici su cui si distende una volontà precisa di ricerca, una specie di puntualizzazione, una deviazione calma. Quattro serie, diciassette oli realizzati tra il 2003 e il 2004.
La natura diventa esercizio, processo, metodo e ricerca di un’azione disvelata, condotta con lentezza quasi zen. La fisicità della tela e il gesto cadenzato dell’artista diventano protagonisti.
In Dagherrotipi la sovrapposizione di stoffe imbevute di pigmento e resina dà origine a piccole superfici lucide, lasciando viva la sensazione tattile di velature amalgamate; nella serie Trame le superfici monocrome sono incise da linee che evidenziano la texture della tela; poi Liquidi, grandi piani scanditi da scolature, segni cromatici precisi – razionali e insieme vibranti – ottenuti piegando il supporto; infine Verso, reticoli di colore filtrato dal retro del tessuto.
Le leggi eterne della Natura tornano ad essere comprese attraverso la pratica della pittura, mentre l’azione si svela e ricompone lungo movimenti che lasciano la propria inequivocabile traccia. Riportando la vastità effimera del concetto dentro il perimetro breve di una tela.
helga marsala
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