Per quanto, negli anni, attraverso la resa frammentata dell’unità di visione, abbia di continuo oltrepassato la soglia dalla figurazione, per approdare persino ad articolazioni ambientali, l’opera di Franco Sarnari oggi testimonia di non avere mai tradito le ragioni autentiche della pittura; né tanto meno l’autonomia dei suoi mezzi e del suo linguaggio.
I trentacinque metri quadrati su cui si distende La grande onda celata (2004-05), allestita in galleria in un formato appositamente riadattato, costituiscono dunque solo l’ultima delle riprove della continuità con cui, dalla fine degli anni Sessanta ad oggi, l’artista romano ha condotto il proprio discorso a monte della figurazione, scrivendo la propria individuale storia artistica sul terreno fertile della pittura. L’installazione della grande tela raffigura un’immensa, totalizzante parete d’acqua color ebano. Celata da una fitta cortina di rete nera semitrasparente, si riconnette direttamente al movimento orizzontale ed evasivo di un’altra onda nera e schiumosa –Il mare si muove (1969-70)– presentata per la prima volta nel 1970, a Roma e poi a Ferrara, e da allora a tutti più nota semplicemente come L’onda. Un’opera in cui Sarnari, proprio a ridosso dell’inasprirsi del dibattito sulla funzione dell’arte, ovvero nel momento di massima opposizione ai linguaggi artistici tradizionali, condensò la propria originale proposizione d’intenti circa l’effettiva attribuzione di un ruolo attuale alla pittura e alla figurazione.
La nuova “onda” ripropone così, senza enfasi narrativa, la forza immaginativa contenuta in quella prima potente raffigurazione; peraltro così rispondente all’immaginario culturale e ideologico di quella fervida e controversa stagione che ancor oggi si fa fatica a non identificare con le ondate di giovani contestatari o con l’onda nuova del cinema di Godard e Truffaut.
La stessa carica emotiva si ritrova nelle tele e in ognuno degli studi dipinti negli ultimi due anni, che compongono questa personale e che, anche se per linee sintetiche o attraverso la lente della rivisitazione, riescono a rievocare e a ripercorrere trasversalmente quasi quarant’anni della pittura di Sarnari.
In tal senso, all’inafferrabile farsi e disfarsi delle prime onde, ancora screziate da creste bianche e schiumose, nel cui immenso ventre la marea risucchia tanto le angosce quanto le speranze, promettendo ancora il buio dell’abisso quanto la luce del cielo, replicano i recenti studi di orizzonti e di alberi in controluce, che si muovono su una temporalità opposta: sospesa, occlusa, nera, che non lascia quasi più respiro al cielo.
Allo stesso modo, all’antica visione pulviscolare dello spazio, in cui ogni frammento plastico disgregava nella purezza luminosa del colore, ne subentra una reticolare, che si fa campo tra gli strati dei differenti toni di nero sovrapposti e che infine lascia che l’onda, un tempo irruente, assuma ora la geometria di una linea d’orizzonte: una geometria che disegna lo spazio di un’esistenza.
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