Pensare oggi a una pittura innovativa, spregiudicata, “sovversiva” risulta quanto mai difficile. O piuttosto è fuorviante, non è la direzione giusta. Ci si potrebbe accontentare di una pittura buona, sapiente, efficace. Ma anche lì resta un certo retrogusto insipido. Dovrebbe invece la pittura continuare a essere radicale, incisiva, tagliente, immersa nella superficie cava della contemporaneità, nel suo tessuto denso, intricato, (dis)piegato. Testimone e interprete del tempo, come tutta l’arte dovrebbe essere.
Ci prova, Marco Colazzo, a scegliere ancora la pittura, e a leggere le cose attraverso di essa. Ci prova a non abbandonare quel gusto succoso per il colore, la materia, l’immagine calda, viva. Certo, non è chiarissima la direzione, appunto. Mentre si tenta di rintracciare una traiettoria, di cogliere un’immagine ben definita che giunga da tanta passione pittoricamente infusa.
Colazzo si ritaglia la sua dimensione surreale, sospesa eppure vigorosa, ironica, corposa. Sceglie il colore, innanzitutto, steso su fondi attraversati da reticoli spessi, pennellate gestuali con cui tessere una maglia indistinta, un fondo neutro di energia. Qui si stagliano immobili, al centro della tela, strane figurine, oggetti non identificati prelevati da un immaginario infantile, affondati in una specie di ansietà liquida, onirica. Burattini senza fili, pagliacci, vecchie bambole… C’è una genuinità ludica e insieme amara in queste immagini che aspirano a un lirismo non raggiunto, soppiantato da un certo umore grottesco. La levitazione precaria, la sospensione –le figurine sono lì lì per capovolgersi come creature digitali su un piano immateriale– accentuano la dose di inquietudine. Teatrini non-umani, quelli di Colazzo, in cui il disagio è affidato a piccoli personaggi alieni -appartenuti a un altro tempo, a un’altra storia, a un altro spazio- che in un autismo inerme guardano sé stessi, muti, ripiegandosi sulla propria buffa condizione di isolamento, di inadeguatezza.
Non seduce però questo mistero, né questo silenzio. Forse davvero troppo poco riguarda il mondo, le cose, chi lo osserva. Nemmeno di intimismo si potrebbe parlare. Manca forse una via dischiusa con decisione, una formula davvero consapevole, un segno efficace: resta la sensazione di un pretesto non chiaro, l’assenza di uno sguardo sufficientemente violento, aperto. E l’impossibilità di consegnare la pittura a una autentica immanenza immaginativa.
helga marsala
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Marco Colazzo è bravo,Pntaleone è forte e Canova scrive come pochi,,
approfitto anche per salutare lorenzo...ciaoo!!
anche nella mia pittura mancava forse una via dischiusa con decisione, una formula davvero consapevole, un segno efficace: restava la sensazione di un pretesto non chiaro, l’assenza di uno sguardo sufficientemente violento, aperto
Scusate mi posso intromettere? sono anche io come voi un amante dell'hard soprattutto quello contemporaneo. Mi chiamo Nino per gli amici miticonino e siccome sono tifoso della roma gli amici mi chiamano ermitico. Bello questo quadro col pagliaccio ma che centra con l'hard.
bastardi tutti, non avete combinato più niente di divertente, contro tutti i pronostici, ma la gara di chi è il più bastardo di tutti se la è agiudicata giuseppe borgia del laboratorio saccardi, l'ho incontrato ieri con gianluca, il simpatico amico di via oreto e, oltre a spararmi un sacco di cazzate, mi ha insultato dicendomi fenderò la tua mistilla al posto dei tuoi genitasi morbidi..... e poi è andato via. e adesso per un pò di polemiche, adalberto abbate frocio.
dear cdrohlinge,
non toccarmi Adalberto, Giuseppe e Gianlucca che ci pienso io a tocarli tutti, che ci piace.
Evviva il Colazzone
giovedì ho visto Adalberto Abbate vestito da prete confessare un paio di Saccardi.
MISTICO!
ma che prete e'? ha confessato anche una tipa in bagno.
caro luca
non è prete è abbate!
La ragazza in bagno non è stata confessata ma battezzata