Minimale, rigorosa, austera e insieme evanescente. Così si presenta la grande sala centrale della Galleria Civica Montevergini, per questa mostra dal titolo secco e un po’ vago, di flaubertiana memoria. Ma non al sud, un luogo comune, una frase fatta, una delle tante che affollano i discorsi ed i pensieri, riempitivi vacui per raccontare tutto e niente. L’allestimento è equilibrato, geometrico, giocato sul bilanciamento dei pesi, i rimandi e i contrasti, le solidità e l’assenza, l’oggetto comune e la cosa sacra, la cultura alta e la cultura bassa. Poca roba esposta, l’impressione immediata è di un vuoto prepotente. Un vero e proprio tema non c’è: il rischio è che l’insieme non appaia sorretto da un’impalcatura coerente. Ma se l’incoerenza è infine un’ambigua virtù, questa mostra la cavalca a dovere, riuscendo a rimanere fluttuante, pur senza sgretolarsi mai.
Gli svizzeri Peter Fischli & David Weiss ripropongono in una chiave più severa ma altrettanto ironica, la nota diaproiezione premiata col Leone d’Oro nel 2003 (Questions). Decine di questioni banali, assurde, oziose, stralci di approssimativa saggezza popolare, filosofia del luogo comune, idiozie sparate come piombini di gomma, punti di domanda che non pretendono risposta: sono frasi scritte bianco su nero, racchiuse da un vetro e una cornice. Tante piccole lavagne, tutte uguali, a ripetere in un bicromatismo monotono il chiacchiericcio insulso della medietà quotidiana, vomitato da un pensiero pseudo-indagativo.
La parete di lettere asettiche si confronta con le due solenni sculture di Enzo Cucchi. Il bianco domina anche qui, ossessivo. I candidi totem di gesso, alti fino al soffitto, evocano misteriosi culti pagani. Presenze simboliche e ondivaghe, questi potenti blocchi scultorei reinventano in chiave vagamente antropomorfa la tradizione architettonica classica o barocca: sono colonne che non reggono nulla, sottratte alla propria funzione, come sentinelle mute, inutili, mutanti, liricamente contraddittorie.
E dopo la filosofia che si schernisce e l’architettura che si nega, Urs Fischer propone una visione aulica e ironica della scultura, ai limiti della concettualità . Una presenza silenziosa la sua, che si relaziona sobriamente con lo spazio e il lavoro di Cucchi. Appese a dei fili sottilissimi, una banana e due uova proiettano la propria ombra sul muro bianco, sdoppiandosi nella parte immateriale che li sostiene ed insieme li azzera. La natura dello sguardo, della cosa, della scultura risiede forse nell’evocazione e nel balzo dell’immaginazione, più che nella concretezza del reale. Così, giocando con Piero della Francesca e le simbologie universali, Fischer costruisce un’eclisse tra due uova che, osservate dalla giusta posizione, scompaiono uno dietro l’altro, svelando una piccola porzione d’ombra. Astronomia dell’assurdo e piccole provocazioni del quotidiano, per raccontare l’immateriale in punta di piedi.
L’intervento di Paolo Chiasera si stacca da tanto minimalismo, immergendosi in un folklore colorato. Il video, ambientato in una località vicino Siracusa, è la storia di una passeggiata in vespa, verso il mare. L’artista si tuffa e riemerge con un cimelio, una statua della Madonna, oggetto sacro artigianale naufragato e ripescato per caso.
Piazzata la Vergine sul sellino, Chiasera torna indietro, in silenzio. I protagonisti del video –motorino, madonnina, rumore amplificato delle onde- sono lì, esposti come tracce di una breve avventura, vissuta e raccontata. Cavalcando la bellezza tutta popolare di quei semplici luoghi comuni, che di una terra costituiscono la storia, l’idioma, la poesia.
helga marsala
mostra visitata il 24 settembre 2005
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