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13esima Biennale di Architettura. Quali nuove sotto il sole? Nessuna. Anzi, una: nemmeno oggi si è fatto un nome per il curatore del Padiglione Italiano

di - 2 Maggio 2012
Ha iniziato il Preside della facoltà di Architettura di Roma – La Sapienza, Renato Masiani, che si è limitato a poche parole da ospite cortese e compiaciuto, e questa è una vera notizia, che per la seconda volta la Biennale ha scelto Valle Giulia per la conferenza stampa. Nonostante a Roma ci siano altre facoltà di Architettura e musei vari ed eventuali.
Dopo Masiani attacca Baratta, che ha rimarcato la scelta di Chipperfield perché facesse una mostra nella quale gli architetti mettessero in scena lo sforzo di rivelare il loro “tessuto comune”, il common ground. Dopo ha parlato il curatore, che è apparso piuttosto stanco e un po’ svogliato, insistendo su alcuni concetti che potessero aiutare i presenti a districarsi in un progetto di mostra che poteva apparire piuttosto fumoso: alla 13esima edizione della Mostra Internazionale d’Architettura il “tema” trainante sarà dato dalla volontà di riportare l’architettura all’architettura, allontanandola dagli eccessi individualisti e narcisisti degli ultimi decenni.
Chipperfield ha illustrato una mostra che vuole far emergere ciò che della loro esperienza gli architetti considerano patrimonio collettivo, o perché condiviso attraverso una visione tecnica o sociale, o magari perché si riconoscono in una linea storica o geografica. Più interessante la volontà di Chipperfield di prendere in considerazione su base internazionale il prodotto della professione degli architetti a prescindere da tutto quel patrimonio di monumenti, iperedifici e superarchitetture che generalmente dominano la scena e che corrispondono all’1 per cento della produzione edilizia. La mostra richiede agli invitati di mostrare e argomentare  quello che pensano e fanno per il restante 99,9 per cento del territorio e delle persone. Il tema “common ground” è quindi considerato sia come “patrimonio (culturale, tecnico etc.) condiviso”, sia in qualche caso come spazio collettivo, anche se quest’ultima non è di certo l’interpretazione prevalente.
Ma in cosa si traduce effettivamente il progetto della prossima Biennale d’Architettura di Venezia? In una serie di minisezioni affidate ai singoli invitati in cui raramente dovrebbero esporre loro progetti ma più spesso le loro appartenenze, o architetti di loro scelta, o artisti di loro scelta, o temi storici di loro scelta. Ovviamente un qualche dubbio sul rispetto di questa modalità è più che lecito. Dai progetti mostrati e dalle liste contenute nella cartella stampa, si intuisce una biennale a più strati: molti inglesi, anche molto giovani, tutti di collocazione non troppo distante dalle posizioni di Chipperfield; uno strato di studi emergenti internazionali di 40/50enni interessanti, un gruppetto di superstar (Zaha Hadid, Peter Eisenman, Norman Foster, OMA) che con tutto questo discorso c’entrano poco ma alle quali probabilmente la biennale non vuole rinunciare. Baratta ha spiegato, chiosando il curatore, che il tentativo è quello di coinvolgere gli architetti cercando di convincerli a lasciare a casa il loro ego più narcisista. Ma anche su questo punto alcuni dubbi restano forti. Ma la vera notizia, quella che tutti aspettiamo da mesi, è che il curatore del Padiglione italiano non è stato ancora scelto. Si terrà una conferenza stampa nei prossimi giorni per annunciarlo. Meglio tardi che mai, se questo può consolare.

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