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Al Piccolo Teatro di Milano, le vite degli altri, viste dal Ragazzo dell’ultimo banco

di - 11 Aprile 2019
Quante volte ci si immagina i discorsi delle persone che vediamo dietro la finestra di un palazzo? Chissà di cosa parleranno a cena i nostri vicini di casa? Chissà perché l’uomo al telefono gesticola così animatamente? Nel testo di Juan Mayorga, Il ragazzo dell’ultimo banco, la curiosità di impadronirsi delle vite degli altri diventa un bisogno: è solo attraverso il confronto e la comprensione che, come sosteneva Calderón, diamo stabilità al nostro universo quotidiano. Però le vite degli altri le riempiamo attraverso supposizioni, giochi di fantasia, che rendono il reale un luogo ambiguo, nel quale basta cambiare il titolo o il finale per mutare completamente il senso di un’intera esistenza.
Con questa ambiguità il regista romano Jacopo Gassmann, che per la terza volta si confronta con il drammaturgo spagnolo, gioca per le due ore di spettacolo, al Piccolo Teatro di Milano fino al 18 aprile 2019. Germán, il professore di lettere interpretato da un bravo Danilo Nigrelli, chiede alla sua classe di diciassettenni svogliati di raccontare in un tema il proprio weekend. Tra mille banalità e sgrammaticature, c’è però un testo che attira la sua attenzione: quello di Claudio (ovvero un Fabrizio Falco che si conferma uno degli attori più interessanti della nuova scena teatrale italiana), sempre seduto in silenzio nell’ultimo banco, che racconta il proprio fine settimana a casa del compagno di classe Rafa (Alfonso De Vreese) a studiare insieme matematica. Una famiglia ricca e borghese, dove la madre, la signora Ester (Pia Lanciotti) con gli occhi in tinta con il sofà, passa le giornate a bere Martini e sfogliare riviste di arredamento mentre il padre (Pierluigi Corallo) si perde tra progetti di lavoro strampalati e partite di basket con il figlio. Ma come nelle serie di Netflix, bisogna leggere il tema successivo per scoprire come andrà avanti la storia.
Dopo il confronto la moglie, gallerista d’arte contemporanea a rischio di sfratto (Mariángeles Torres), Germán incoraggia il ragazzo prendendolo sotto la sua ala: inizia così un rapporto allievo-maestro fatto di confidenze, consigli, aiuti. Germán e la moglie si muovono intorno a un tavolo su una pedana che arriva a ridosso delle prime file di platea, mentre due binari trasportano gli oggetti di scena. I tre personaggi del tema, la famiglia Rafa, si muovono sullo sfondo, in una schematica ricostruzione della casa borghese che Claudio descrive nei suoi scritti. I temi consegnati continuano, diventando sempre più dettagliati, entrando nell’intimità dei protagonisti: il ragazzo segue i suggerimenti del maestro ma a quale prezzo? Dai testi emerge un rapporto con Ester ambiguo, così come ambigui sono i racconti stessi: è tutto vero o è frutto della fantasia del ragazzo che riempie i silenzi della casa di Rafa con l’immaginazione?
Anche la scenografia, curata da Guido Buganza e pensata appositamente per riempire e sfruttare al meglio il difficile palco dello Studio Melato, si scompone, lasciando anche qui spazio all’invasione di campo. Gassmann amplifica il doppio binario alla base del testo: da un lato il rapporto allievo-maestro con la trasmissione del sapere, dall’altro la tensione che nasce nel momento in cui i propri desideri si scontrano con la realtà. Le ambiguità del testo non danno risposte. I protagonisti si muovono lungo binari paralleli e anche quando parlano tra loro i momenti di contatto sono ridotti al minimo: ognuno segue il proprio percorso, come se fosse burattino mosso a piacimento dall’autore.
Unico indizio resta il titolo che, come svela a un certo punto Germán, diventa un patto con il lettore o, in questo caso, con il pubblico. Ogni spettatore è chiamato a completare il testo, a riempire i vuoti volutamente studiati, facendosi inconsapevolmente autore e critico di quello che avviene in scena, diventando così, a sua volta, Il ragazzo dell’ultimo banco che osserva le vite degli altri e le giudica. (Giulia Alonzo)
In alto: ph. Masiar Pasquali

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