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Al Teatro Eliseo di Roma, Miseria o Nobiltà: non solo una questione di ricchezza

di - 20 Gennaio 2019
Al Teatro Eliseo di Roma, fino a domenica 20 gennaio, va in scena Miseria e Nobiltà, nuova rappresentazione della celebre commedia di Edoardo Scarpetta, che Luciano Melchionna presenta per la prima volta nella capitale, firmando l’adattamento drammaturgico con Lello Arena. Un lavoro che oltre a portare i personaggi di Scarpetta ai giorni nostri, sembra voglia trascinarli sottoterra, in un mondo buio, fetente, animato da ombre e fantasmi, dove i protagonisti strisciano come topi.
Una trama semplice: siamo nell’Ottocento, Felice e Pasquale, due poveri napoletani, uno scrivano e un fotografo, si fingeranno nobili parenti del marchese per cui lavorano per riuscire a sbarcare il lunario. Un testo ancora vitale e “palpitante” – per usare le parole di Eduardo de Filippo – che Scarpetta scrisse per il figlio. Trampolino di lancio di ogni attore dialettale che si rispetti, questa pietra miliare del teatro napoletano (ma anche del cinema: come non ricordare il film con Totò del 1954) acquista oggi un curioso adattamento a luci psichedeliche o quasi spente. Un’atmosfera macabra, dark, caratterizza la versione odierna di Melchionna, soprattutto durante la prima parte, che prende vita in un ambiente trasandato, malconcio, dove la povertà non si trova solo nella mancanza di denaro. Una sorta di sottoscala mai finito e decorato che potrebbe ricordare una discarica. Caliamo in uno spazio oscuro animato da personaggi servili, affamati, dominati da istinti e impulsi che di rado incontreranno la luce della saggezza.
In bilico tra la miseria del presente e un’agognata nobiltà, abitati dai mondi più bassi dell’animo umano, questi personaggi trascinano i propri corpi strisciando, disperati ma superbi: chiunque bussi alla porta di Pasquale, e dell’amico Felice Sciosciammocca (e annesse famiglie), entra in scena letteralmente strisciando come un topo. Più miserabili dei roditori. Einstein sosteneva che se solo pesassero venti chili in più, i ratti governerebbero il mondo. Si dice infatti che questi animali, condannati a una vita miserabile ai margini della società, siano in realtà molto intelligenti e rispettosi dei propri simili, a differenza dei personaggi rivisitati da Melchionna.
È forse per alcune sollecitate riflessioni, per altre allegorie a volte struggenti a volte grottesche, che si ride meno di quello che ci si aspetta. Miseria e Nobiltà è un’opera esilarante non tanto per quello che i personaggi dicono o per quello che succede, ma per “come” lo dicono e per “come” succede. Molto si investe sulla mimica e la simpatia di Lello Arena che da sola è in grado di rivitalizzare gli animi anche quando l’energia cala. Più che archetipi e maschere questi personaggi, (ridisegnati anche da outfit e look bizzarri: alcune acconciature ricordano i Flintstones) diventano “macchiette” di una tradizione che, purtroppo, non si discosta dalla realtà attuale dove i poveri sono sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi.
Una visione che nella seconda parte viene mostrata bene dalla suggestiva scenografia nella quale il mondo della nobiltà si regge sulle spalle della gente rimasta a bocca asciutta. Le “radici” di quello che dovrebbe essere il mondo nobiliare sono rappresentate infatti dall’oscuro sottoscala che scende nelle case dei miserabili. Qui troviamo Donna Luisella, la sarta, che non invitata a prendere parte alla recita architettata dal marchesino Eugenio, rimane ai piani bassi in attesa di fare la sua comparsa. Così vediamo il cavalier Gaetano, Gemma e i suoi finti futuri nobili parenti, camminare sopra chi rimane indietro.
Un’eco degli ultimi della terra, quegli emigrati che cercano salvezza e sono considerati rifiuti o concime. Una cosa è certa: se non impariamo a volare continueremo a strisciare come topi, sia nella miseria vera che nella falsa nobiltà. (Alessandra Quintavalla)
In home e in alto: foto di Federica Di Benedetto

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