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Alla Biennale di Orléans si intrecciano i fili dei sogni. | Tre domande a Luca Galofaro, co-curatore della manifestazione che aprirà il 13 ottobre

di - 6 Giugno 2017
Per un artista, entrare in dialogo con un’opera preesistente potrebbe essere un po’ come “Camminare nel sogno di un altro”. Da questa immagine suggestiva, parte la prima edizione della Biennale di Orleans, che aprirà il 13 ottobre. La manifestazione è promossa dal Frac Centre-Fonds Régional d’Art Contemporain ed è curata dal direttore del centro Abdelkader Damani, in collaborazione con Luca Galofaro, al quale abbiamo rivolto alcune domande.
Perché una Biennale? E come si differenzia dalle altre molte Biennali in giro nel mondo?
«Perché una biennale crea una periodicità: è una mostra che si protrae nel tempo garatendo un percorso di ricerca. La Biennale di Orléans poi sostituisce Archilab, una programma di incontri di architettura promossi dal Frac Centre dalla fine dei ‘90 al 2013, che hanno rappresentato un punto di riferimento focale per la ricerca e la sperimentazione nella progettazione internazionale. I tempi sono cambiati, e anche una formula di successo come Archilab doveva evolvere in altro. Oggi molte città creano una loro Biennale, un modo virtuoso per attivare un meccanismo in cui la cultura agisce come motore di sviluppo economico della città. Ad Orléans la situazione è diversa, perché ad organizzare la mostra è un museo: il Frac centre val de Loire possiede una delle più ricche collezioni di disegni e modelli di architettura sperimentale. La biennale ruoterà attorno alla collezione del museo, che ci permette di avere nello stesso tempo e sullo stesso piano di lettura temporalità lontane: memoria e attualità. Come amo ribadire, rimaniamo coscienti che una mostra come questa non significa un elenco, ma piuttosto un confronto tra lavori diversi in cui esiste una sublime tensione tra storia e contemporaneo, dove la storia sembra coincidere con il contemporaneo, ed il contemporaneo tenta di sedurre la storia. Ci piace intenderla come una rappresentazione dello spazio della nostalgia e del dubbio».
Raccontaci brevemente l’impianto curatoriale: come si struttura e quali gli ambiti di riflessione e ricerca su cui intendete soffermarvi?
«Questa prima biennale di Orléans – di cui sono co-curatore insieme a Abdelkader Damani, direttore del Frac Centre – è intesa come sovrapposizione di linguaggi anche discontinui. Il filo comune tra le opere esposte è la necessità di rompere con qualsiasi coesione linguistica e rappresentazione: non siamo interessati al linguaggio, ma alla complessità delle forme espressive. Non cerchiamo una sintesi formale, ma concettuale della realtà. L’idea che abbiamo condiviso con Abdelkader è costruire un Atlante, che come sostiene Didi Huberman è una forma visuale di conoscenza. Questa è la struttura che ci permette di individuare una nuova modalità di lettura delle architetture e dei luoghi rappresentati».
Le opere in mostra saranno dislocate in diversi luoghi della città e oltre: perché la scelta di animare il territorio? In che modo l’innesto sui luoghi urbani si rivela efficace per raccontare la vostra Biennale?
«Un museo, con la sua collezione deve poter dialogare con il territorio perché è patrimonio comune. E perciò è necessario che la mostra esca dagli spazi espositivi del museo. La nostra intenzione è aprire relazioni in luoghi lontani da Orléans: per esempio con i simposi, quando alcune di Architettura nel mondo saranno chiamate a presentare i propri ambiti di ricerca sotto forma di dialogo con la collezione del Frac».

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