Raccontare in poche righe una mostra come Arts & Foods non è impresa semplice. Possiamo farlo focalizzandoci su alcuni elementi che, in parte, descrivono la complessità di un allestimento e la visione generale di una mostra a tutto tondo.
Per cominciare gli appassionati di arredamento e delle forme che ha assunto il design intorno all’economia domestica e al rituale del cibo, troveranno in scena una serie numerosissima sia di ambienti-focolari, tinelli e sale da pranzo dal 1851 alle avanguardie, sia una corollario infinito di vettovaglie di ogni stile: bicchieri, teiere, vasellame vario, vassoi, posate, brocche: sono indici che raccontano le oscillazioni del gusto, come aveva raccontato il grande Gillo Dorfles, stamane in prima linea tra i visitatori della stampa e gli addetti ai lavori in Triennale. Poi, a parte le vetrine, i set da pasto e gli ambienti, ecco l’arte. Una vastissima parte è occupata dalla Pop: Wesselmann e Warhol, con le sue zuppe Campbell e Claes Oldenburg con i suoi famosi-disgustosi gelati sciolti, gli hamburger, la forme del junk-food realizzate sul finire della metà del secolo scorso e che hanno aperto la strada alla pittura di Jeff Koons, e perché no, anche alle installazioni di Tom Sachs, che in Triennale troverete accanto alla caffetteria con il suo Nutsy McDonald’s, 2001 (foto sopra) e la sua carica simbolica come emblema della corruzione del rituale del cibo che si conosceva prima dell’entrata “in vigore” del fast food. Ma non è finita, perché il cibo è visto anche sotto la lente della povertà, specialmente rispetto al periodo del primo Novecento: i nostri giorni sono raccontati invece con una particolare attenzione all’Occidente, ai miti costruiti e decostruiti dell’alimentazione, e del comprare la moderna omologazione del gusto.
Cos’è, insomma, “Arts & Foods”? Probabilmente lo si scoprirà anche con il catalogo: un atlante-ricettario del vecchio mondo alle prese con i fornelli e con le mode, di ogni genere, che ne sono nate e derivate. Una retrospettiva del cibo con l’occhio attentissimo alla storia del costume, forse un passo indietro rispetto al contemporaneo.