In questa edizione saranno “ascoltabili” le opere di Danilo Correale, Martin Creed, Attila Faravelli, Marco Fusinato, Francesca Grilli, Irene Rossini / Davide Spillari, Alberto Tadiello, Fiona Tan, Luca Vitone, ZimmerFrei, solo per citare alcuni dei nomi che compongono il vasto universo di Helicotrema, festival che presenta una programmazione di brani audio registrati, e si pone come obiettivo di indagare le possibilità di un ambiente e di una forma di ascolto collettiva, come accadeva nei primi decenni delle trasmissioni radiofoniche, e in questo caso site-specific.
Opere sonore, audiodrammi, audioteatro, radiodocumentari, paesaggi e poesia sonori da oggi saranno proposti a Forte Marghera, il 9 e 10 ottobre a Firenze, in diversi luoghi all’interno del progetto Sonic Somatic, per chiudersi poi il 4 novembre a Punta della Dogana. Ecco cosa ci hanno raccontato i curatori, Giulia Morucchio e Blauer Hase.
Una serie di spazi per l’ascolto collettivo e site specific. Potrebbe sembrare un festival vicino alla Sound Art, tra l’altro oggi parecchio in voga come pratica dell’arte. E invece quali sono le differenze?
«Preferiamo non definire Helicotrema attraverso delle categorie specifiche come “Sound Art”. Il festival si basa su due componenti: la situazione dell’ascolto collettivo, che viene declinata in diversi modi a seconda della situazione spaziale, e un’idea di narrazione sviluppata puramente attraverso dei suoni registrati. Non si tratta, quindi, di un festival né solo di “Sound Art”, né di musica dal vivo. Gli autori che abbiamo coinvolto finora hanno varie provenienze: dalle arti “visive”, dal teatro, dal field recording, dalla poesia, dalla sperimentazione sonora, dalla radio. Il territorio che cerchiamo di esplorare, fra l’ascolto collettivo e la narrazione sonora, è necessariamente ibrido, aperto a moltissimi approcci diversi. In ogni sessione d’ascolto, il pubblico è invitato a prendere parte a un percorso di brani sonori di autori diversi, ascoltandoli dall’inizio alla fine, collettivamente, in uno stesso spazio. Quando è possibile, organizziamo anche dei dialoghi diretti fra gli autori e il pubblico. È un po’ lo stesso formato di un festival di cortometraggi, ma senza immagini».
Ci raccontate l’origine del Festival, un unicum nel suo genere, almeno nel panorama italiano?
«Il festival è nato nel 2012, dall’invito di Paolo Rosso e dell’associazione Microclima a realizzare un evento presso gli spazi della Serra dei Giardini, a Venezia. È lì che ha avuto luogo la prima edizione di Helicotrema. Fin dall’inizio, ci siamo ispirati a quelle situazioni di ascolto collettivo di cui ci raccontavano i nostri nonni, dove ci si trovava insieme ad ascoltare una fonte sonora: la radio. Di conseguenza, all’inizio ci interessavano molto i formati radiofonici classici, come il radiodramma e il radiodocumentario. Fra i materiali che sono stati al centro delle nostre prime ricerche c’erano i radiodrammi di Berio, Maderna e Squarzina, così come la trilogia di radiodocumentari The Solitude Trilogy di Glenn Gould (1967-77). In seguito, il festival ha avuto una veste itinerante, legata ad alcune istituzioni che ci hanno ospitato, e dove abbiamo avuto la fortuna di poter sviluppare il progetto. Nel 2013 a Roma, in collaborazione con il MACRO, l’Auditorium Parco della Musica, RAM e RAI Radio3; nel 2014 a Milano, in collaborazione con Viafarini/Careof/DOCVA, la Fonderia Artistica Battaglia e l’Istituto dei Ciechi (con un epilogo a Villa, a Brescia). Questa edizione 2015 avrà una veste ancora più nomadica, visto che si sposterà fra Venezia, Firenze e Bologna».
Come sono stati selezionati gli artisti? E soprattutto quali sono le reazioni del pubblico? È più facile “arrivare” portando in scena un brano da ascoltare, piuttosto che qualcosa da vedere?
«La maggior parte degli autori li invitiamo seguendo una ricerca che stiamo sviluppando dall’inizio del progetto, attraverso cui siamo entrati in contatto con artisti e pratiche molto diverse fra loro. Esplorando questo territorio ibrido, stiamo noi stessi imparando molto. Ogni anno apriamo anche una sorta di open call tramite cui riceviamo brani da molti luoghi diversi, alcuni dei quali inseriamo nel programma del festival. Inoltre invitiamo altre persone a curare delle sessioni d’ascolto, come abbiamo fatto nel 2013 con Radio Arte Mobile, nel 2014 con Alessandro Bosetti e Davide Domenichini e, quest’anno, con Rodolfo Sacchettini e Johann Merrich. La dimensione dell’ascolto collettivo di una fonte sonora registrata oggi non è qualcosa a cui tutti sono abituati. È difficile fare a meno dell’immagine. Spesso, all’inizio delle sessioni d’ascolto che organizziamo, c’è una sorta di spiazzamento. Visto che non c’è niente di specifico da guardare, né alcuna azione performativa, il pubblico di solito ha bisogno di un momento di assestamento per lasciarsi andare al suono. Quando però questo accade, si entra in una sorta di viaggio auditivo che può essere molto intenso, appunto perché ogni ascoltatore può sviluppare, in autonomia, le proprie immagini».