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Azioni per una coreografia politica. Giovanni Impellizzieri ci racconta il suo Asylum al MACRO

di - 28 Marzo 2019
Fino al 31 marzo, il Macro di Roma sarà abitato dal progetto Asylum del coreografo Giovanni Impellizzieri. Un’indagine sul senso dell’abitare e sul significato di “casa” oggi. Il progetto coinvolge l’Accademia Nazionale di Danza, l’Accademia di Belle Arti di Roma e l’Università La Sapienza per laboratori, esposizioni, performance ma anche momenti di sharing practice aperti a tutti. Abbiamo fatto due chiacchiere con il coreografo e l’ideatore di Asylum per entrare nel dettaglio del progetto.
Come nasce l’idea del progetto Asylum?
«Il progetto rivisita il senso della parola asilo utilizzando le arti performative e visive come cornice di cooperazione tra più soggetti: coreografi, danzatori, studenti, rifugiati, visitatori. Tutti sono chiamati a costituire un ambiente immersivo in cui le azioni dei corpi possano essere interpretate come conquiste di tempo e spazio, in un’attività artistica, etica e politica».
In che modo hai affrontato un tema così complesso come la migrazione?
«Attraverso la danza. Secondo la visione in cui essa è un ambiente legato all’autoformazione, un ambiente cognitivo, generativo, interattivo, poetico, espressione di una naturale drammaturgia dei corpi mediante relazioni spaziali, prossemiche e ritmiche. L’ambiente coreografico è uno spazio di apprendimento dove a prescindere dal possesso di una particolare tecnica, è possibile sceglierne una, attraverso le tecnologie del sé “che permettono agli individui di eseguire coi propri mezzi o con l’aiuto altrui, un certo numero di operazioni sul proprio corpo e sulla propria anima – dai pensieri, al comportamento, al modo di essere – e di realizzare in tal modo una trasformazione di se stessi”, come scrive Michel Focault. Il corpo, primo bene dell’essere vivente, è il manifesto della sua autonomia. Un corpo autonomo è pronto a esistere, coesistere e mutare. Attraverso di esso la danza si espone sottoforma di presenza, si manifesta in un sistema autonomo di esistenza. Ritengo pertanto che la danza sia un mezzo attraverso il quale anche i soggetti che hanno vissuto l’esperienza, spesso tragica, della migrazione possano riscoprire il proprio corpo, quindi il piacere fisico, mentale, relazionale attraverso di essa in un esercizio sperimentale di libertà. Io e ogni partecipante abbiamo preso parte a processi trasformativi situandoli nel sistema generativo: osservare-apprendere-insegnare-condividere. Il viaggio, la migrazione, il flusso si fanno così metafora danzante».
Quali sono gli altri soggetti che hai coinvolto nel progetto? Quali sinergie si sono innescate?
«Ho coinvolto gli allievi dell’Accademia di Belle Arti di Roma, del secondo biennio coreografico dell’Accademia Nazionale di danza, del dipartimento di Pianificazione Design Tecnologia dell’Architettura Arti e Scienze dello Spettacolo dell’Univeristà Sapienza, della scuola Vivo Ballet, il rifugiato Mubarak Tahir, la sociologa Emiliana Baldoni, i coreografi Danila Gambettola, Giuseppe Vincent Giampino, le danzatrici Vera Borghini e Vittoria Caneva, ventotto studenti del Liceo Montale di Roma. Una sinergia particolare si è innescata con le giovani allieve dell’Accademia di Belle Arti, Afnan Abu Hmaid, Sara Antonellis e con Mubarak Tahir. Ho seguito loro in un primo approccio alle arti performative attraverso la condivisione di testi e video, nello sviluppo di performance individuali e introducendo il mio pensiero coreografico in creazioni d’insieme».
Cosa vuol dire abitare uno spazio museale per un tempo così esteso?
«Situarsi tra poliritmia delle azioni, dei gesti, dei pensieri di tutti i soggetti che si incontrano. Oltre i risultati, esporre e condividere i processi delle ricerche includendo anche gli osservatori in un dialogo sul contemporaneo e in azioni performative estem«poranee. Considerando la specificità di questo progetto ospitato dal MACRO, vuol dire andare oltre una certa autoreferenzialità del panorama della danza e dell’arte italiana connettendosi ad un contesto multidisciplinare di respiro europeo ed internazionale». (Paola Granato)
In home: Giovanni Impellizzieri, ASYLUM coreografia. contronarrative. Performer Afnan Abu Hmaid. Foto Ada Johansson @ MACRO ASILO, Museo D’Arte Contemporanea Roma
In alto: Giovanni Impellizzieri, ASYLUM coreografia. contronarrative. Performer Giovanni Impellizzieri. Foto Ada Johansson @ MACRO ASILO, Museo D’Arte Contemporanea Roma

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