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Chi è il più potente del sistema dell’arte mondiale? Le sorprese della classifica di ArtReview

di - 13 Novembre 2018
ArtReview ha pubblicato la sua autorevole e attesissima classifica annuale delle 100 personalità più influenti nel sistema dell’arte mondiale. E ci sono alcune sorprese significative, con al terzo posto una new entry che ha del clamoroso. La lista è stata compilata da 30 giurati internazionali rimasti anonimi, durante un intenso periodo di discussione di due mesi. Il metodo di selezione non è dichiarato ma Oliver Basciano, editor di ArtReview, ha detto che, in fondo, si tratta di un compendio di ciò che successo negli ultimi 12 mesi nel mondo dell’arte.
E allora, al primo posto, salendo dalla quinta posizione dell’anno scorso, non possiamo che trovare David Zwirner, il mega-dealer che per i 25 anni di attività, compiuti nel 2018, si è regalato un nuovo spazio sulla West 21st Street a Chelsea, New York. Un edificio d’angolo di cinque piani, che sarà progettato da Renzo Piano, aprirà nel 2020 e costerà 50 milioni di dollari, in attesa dell’altro che aprirà a Hong Kong. Le sue dichiarazioni hanno l’effetto di sentenze di massimo grado e senza possibilità di appello. Come quando buttò lì, un po’ distrattamente, che le fiere d’arte avrebbero dovuto trovare un modo per agevolare le gallerie più piccole e subito tutti a correre ai ripari per pensare a nuovi sistemi di tariffazione a più livelli. Per esempio, Art Basel – non proprio l’ultima – ha scelto di bilanciare i prezzi degli stand in base alla loro grandezza, una manovra che nell’ambiente è stata considerata come una vera rottura. Una semplice casualità?
Al secondo posto troviamo un artista, Kerry James Marshall, la cui ricerca ha da sempre riguardato i temi dei diritti civili e dell’identità dei popoli e che, nemmeno a farlo apposta, è tra i nomi di punta rappresentati da Zwirner. E poi una sua opera, Past Times, è diventata la più costosa di un artista afroamericano, acquistata da Sean Combs per 21 milioni di dollari lo scorso maggio da Sotheby’s.
E al terzo scalino del podio, #metoo. Già, perché il movimento contro i soprusi a sfondo sessuale, in particolari sui luoghi di lavoro, è prepotentemente esploso nell’ultimo anno, investendo il sistema dell’arte e della cultura in generale, colpendo in maniera trasversale, da artisti a direttori di musei e giornali, dal Metropolitan alla British Academy, passando per Artforum, da Mario Testino a Chuck Close, e a ogni latitudine, dagli Stati Uniti all’India. «Siamo stati davvero interessati alle ricadute di #MeToo ed è interessante notare come in questa lista di potere la terza posizione è occupata da un movimento che denuncia gli abusi di potere», ha detto Basciano ad Artnet.
In effetti, tutta la classifica è animata da tensioni opposte, tra establishment e sovversione. Così sempre nelle prime posizioni troviamo Hito Steyerl, dal primo posto dell’anno scorso al quarto, Ai Weiwei, dal 13mo al quinto posto, Iwan & Manuela Wirth, dal settimo al sesto, e Hans Ulrich Obrist, dal sesto al settimo. Altra new entry interessante è Nan Goldin, in 18ma posizione. Goldin è stata inclusa non tanto per la sua ricerca artistica, quanto per aver fondato il gruppo PAIN-Prescription Addiction Intervention Now, che si è reso protagonista di diverse performance contro la famiglia Sackler, proprietaria della casa farmaceutica responsabile del farmaco Oxycontin e tra i donors più generosi di diversi musei americani, come il Metropolitan.
Prima italiana in lista è Miuccia Prada, che sale dal 33mo al 20mo posto, con ogni probabilità per l’ampliamento della sede milanese della Fondazione, con la torre progettata dall’archistar Rem Koolhass. Scende di quattro posizioni, dal 25mo posto al 22mo, Massimiliano Gioni, invece sale dal 69mo al 61mo posto Patrizia Sandretto Re Rebaudengo. Scommettiamo che nel 2019, anno dell’apertura della nuova sede di Madrid, la troveremo un po’ più su? All’82mo posto, Mario Cristiani, Lorenzo Fiaschi e Maurizio Rigillo, di Galleria Continua, mentre al 91mo Massimo De Carlo. Sono gli unici galleristi italiani in classifica e questo vorrà pur dire qualcosa. 84mo posto per Cecilia Alemani, che conferma la sua presenza in classifica non solo per il Padiglione italiano dell’ultima Biennale di Venezia ma anche per il suo ruolo di curatrice dell’High Plint di new York, mentre al 90mo posto troviamo “l’italiana” Carolyn Christov-Bakargiev, che in quest’ultimo anno si è dimessa dalla carica di direttore della GAM di Torino, continuando a ricoprire la posizione di direttore del Castello di Rivoli, dove peraltro è visitabile una mostra di Steyerl.

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