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Civita scatta una fotografia dell’Industria Culturale e Creativa italiana in tempo di crisi. Tra tagli e difficoltà gestionali, mentre cresce il pubblico dei musei

di - 30 Novembre 2012
Civita ha presentato il rapporto L’arte di produrre Arte. Imprese culturali a lavoro, volume curato da Pietro Antonio Valentino, docente dell’Università La Sapienza di Roma, realizzato grazie al contributo della Fondazione Roma Arte-Musei e della Provincia. Il presidente dell’Associazione Antonio Maccanico, Albino Ruberti, Segretario Generale e ospiti come Antonia Pasqua Recchia, Segretario Generale del MIBAC, hanno illustrato e commentato il rapporto che descrive lo stato e le dinamiche del settore creativo e culturale italiano. La ricerca è strutturata in due parti. Un terzo blocco finale è costituito da un’appendice metodologica sulle modalità di conduzione dell’indagine.
La prima parte descrive il comparto dell’industria creativa e culturale suddividendolo in quattro ambiti: editoria, tv e cinema; design, web, pubblicità e pubbliche relazioni; arti visive e, infine, beni culturali. La seconda analizza il pubblico, le tipologie di consumatori e l’impatto delle mostre sul territorio. Un elemento di novità è tuttavia rappresentato dall’analisi della categoria dei “non consumatori”, ovvero quella grande fetta di potenziale pubblico che, tendenzialmente, è restio a partecipare alle attività culturali in generale.
Da un lato l’offerta, dall’altro la domanda. Riguardo l’offerta, anzitutto si delimitano i confini delle attività unendo l’industria culturale – quindi l’insieme delle Subsidized Mused, ovvero l’arte antica, moderna e contemporanea – all’industria creativa, ossia i prodotti della creatività umana, del singolo e della collettività.
La situazione italiana è monitorata tenendo costantemente d’occhio altri Paesi europei, in particolare Francia, Germania, Spagna e Regno Unito. Al 2009 le imprese private che operano nelle Industrie Culturali Creative sono 177.849, contro le 187.231 della Germania. In valore assoluto il numero degli addetti nel nostro Paese è il più basso in confronto a tutti gli altri. Ancora una volta la Germania detiene il record: 668.685 addetti contro i nostri 360.666. Un’altra particolarità italiana è rappresentata dalla concentrazione degli addetti sostanzialmente a Milano e Roma. Città come Torino, Napoli e Firenze seguono a grande distanza, in termini di valore assoluto.
Un ulteriore dato sul quale riflettere è rappresentato dall’impatto della crisi. In Spagna e in Italia la perdita di occupati è sì rilevante, ma di molto inferiore rispetto al settore dell’industria e delle costruzioni e l’occupazione si riduce “solo” del 2,2 per cento.
Il sostegno proveniente dalle Istituzioni è, però, notevolmente diminuito. In pochi anni lo Stato ha quasi dimezzato la quota destinata agli investimenti e la spesa in cultura del MIBAC dal 2007 al 2010 si è ridotta del 19,5 per cento. Anche le amministrazioni provinciali e comunali tra il 2008 e il 2009 hanno diminuito la spesa nel settore, con una riduzione pari al 5,2 per cento.
Nella seconda parte della ricerca emerge un pubblico dei musei italiani costituito soprattutto da donne tra i 25 e i 44 anni con un elevato livello di istruzione. Procedendo per categorie si va dagli “onnivori” ai “sedentari”, dai “compulsivi” ai “mobili”. Eppure, gran parte della cittadinanza, il 58,9 per cento non accede ai siti museali. Diverse sono le ragioni: mancanza di interesse, di tempo, per la non gratuità dell’entrata, per le poche sollecitazioni ricevute dai luoghi d’arte stessi.
Il quadro generale che viene fuori delinea una situazione con poche luci e molte ombre. Il patrimonio italiano appare poco valorizzato rispetto alle potenzialità. Se alle Istituzioni è rimproverabile una mancata attuazione di politiche mirate ed integrate, ai privati vengono contestate posizioni poco propense alla partecipazione, specialmente nei siti minori. Un circolo poco virtuoso che, senza la condivisione di prospettive rischia di restare vittima della crisi e di non essere competitivo con gli altri Paesi nei quali la sperimentazione raggiunge livelli molto più alti (Martina Trecca).

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