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Come cambia la Biennale di Lione. Dalla sede al direttore, le novità della prossima edizione

di - 13 Marzo 2019
Dal 18 settembre 2019 al 5 gennaio 2020, torna l’appuntamento con una delle più importanti manifestazioni riguardanti l’arte contemporanea: la Biennale di Lione. Nata nel 1991 dalla collaborazione fra Thierry Raspail e Thierry Prat, la Biennale di arte contemporanea si affianca e si alterna a quella della Danza, presente nella città francese dal 1984.
Nell’ottica di promuovere la Francia e la regione di Lione sulla scena artistica internazionale, entrambe cercano di rivolgersi a un pubblico che sia il più ampio possibile, allo scopo di educarlo all’arte e accrescere il numero degli appassionati. Entrambe mirano anche a sostenere la creazione e la diffusione di nuove opere, dedicando ogni anno buona parte del budget alla produzione di inediti artistici e coreografici.
Giunta alla sua quindicesima edizione, la Biennale di Lione proporrà davvero molte novità, a cominciare dall’assenza del suo storico direttore artistico e co-fondatore, Raspail, direttore anche del Musèe d’Art Contemporain di Lione. In seguito alle sue dimissioni, a prenderne il posto sarà la neodirettrice del MacLYON, Isabella Bertoletti. La storica dell’arte non è nuova nell’ambiente, con cui collabora come curatrice dal 1995. Formatasi alla Lyon 2 University e all’Ecole du Louvre, oltre che co-fondatrice della manifestazione Rendez-vous, che si svolge in parallelo con la Biennale, la Bertoletti è anche presidentessa dell’ADERA-Association des écoles supérieures d’art et de design de la région Auvergne-Rhône-Alpes, che si occupa di accompagnare molti artisti nei loro progetti editoriali ed espositivi.
Nuova sarà anche la sede: la Biennale abbandona la Sucrière, che la aveva ospitata nella sua scorsa edizione – diretta da Emma Lavigne e Raspail – per spostarsi nel distretto Gerland e occupare i 29mila mq dell’ex fabbrica di Fagor, luogo emblematico della storia della città. Attiva dal 1945 al 2015, la fabbrica era infatti una delle ultime all’interno dell’area urbana.
Come avevamo anticipato, a curare l’esposizione sarà il team di curatori del Palais de Tokyo, composto da Adelaide Bianco, Daria de Beauvais, Yoann Gourmel, Matthieu Lelièvre, Vittoria Matarrese, Claire Moulène e Hugo Vitrani. Guidati dal loro direttore, Jean de Loisy, questi hanno trasformato gli ampi locali dello spazio industriale in una specie di grande ecosistema dal clima instabile e dal paesaggio irregolare, chiamando a collaborare, per le opere in situ, una cinquantina di artisti di varie nazionalità e di varie generazioni.
Se la quattordicesima edizione della Biennale proponeva un percorso di meditazione e contemplazione – ospitato nelle sale del MacLYON – e di riflessione politica e sociale – nelle sale della Sucrière – quella del 2019 cercherà di celebrare le capacità produttive e culturali, mostrando tutte le possibili interazioni fra l’arte e i rami dell’economia, del commercio, della biologia, quindi riguardo all’utilizzo dei materiali e delle risorse, e della cosmogonia, ossia, i rapporti con il mondo spirituale. Nel dare il loro contributo, agli artisti è stato chiesto di tenere conto della storia e dell’architettura dell’ex fabbrica, oltre che del suo contesto sociale: l’incrociarsi di elementi politici, poetici e estetici, all’interno del dimesso ambiente industriale, risulterà dunque davvero suggestivo.
Grazie alla collaborazione fra lo IAC-Institute d’art contemporaine, il MacLYON, la Scuola nazionale delle Belle Arti e la Biennale, non mancherà neanche quest’anno uno spazio dedicato agli artisti emergenti, intitolato Young international artists/Biennale e ospitato dallo IAC di Villeurbanne, un Comune limitrofo di Lione. (Lucrezia Cirri)

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