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Costruendo la piramide. A Parigi, Digione e Clermont-Ferrand, la mostra di Sergio Verastegui

di - 5 Maggio 2018
La piramide a gradoni dei Maya e la sua forte simbologia sono il nucleo del progetto messicano dell’artista Sergio Verastegui, restituito in tre mostre diverse presentate tra Parigi, Digione e Clermont-Ferrand.
(S)Crypte è il primo capitolo di questo progetto iniziato nel 2016 che, in mostra fino al 2 giugno presso la galleria parigina Thomas-Bernard Cortex Athletico, presenta la serie Scalp. Si tratta di un insieme di disegni su carta realizzati con pittura a olio e cera d’api, che sono qui assemblati come pagine strappate di un giornale di bordo, in dialogo con sculture realizzate a partire da scale doppie, un clin d’œil alla piramide a gradoni. L’artista peruviano traspone qui in immagini uno script realizzato nella città messicana di Palenque, proprio nell’albergo che ispirò l’artista americano Robert Smithson nella creazione dell’opera d’arte audiovisiva Hotel Palenque. C’è da dire che questa città messicana è vicina ad una delle zone archeologiche maya più visitate.
Il secondo capitolo, Traspoème, è in corso, fino al 2 giugno, presso gli Ateliers Vortex di Digione, un artist-run space che nasce nel 2012 in una vecchia fabbrica di ghiaccio. Sulle tracce del poeta messicano Mario Santiago Papasquiaro, Verastegui presenta qui opere diverse intorno all’idea di piramide restituita anche attraverso la ripetizione della lettera A, che appare incisa su foto scattate in Messico o stampata su fogli su cui è poggiata una pietra a mo’ di fermacarte, raccolta per le strade messicane. Tra le creazioni più singolari vi è un trittico animato da parole estratte da poemi di Papasquiaro, composta da soli sostantivi, senza verbi. Queste sono ricamate a forma di piramide, anche rovesciata, da artigiani messicani su tessuti di colori diversi, appesi al muro come dei sudari, mentre a terra troviamo tre sacchetti di tela della grandezza sufficiente per contenere un cranio. Quest’opera, che ruota intorno alla distruzione del mondo precolombiano, sviluppa diverse letture intorno al concetto di potere.
E così? ‹Sì, certo! Quando si va alla ricerca di gente scomparsa si trovano morti e si scoprono storie che si volevano cancellare. Storie di colonizzazione, di potere e di religione. Per questo progetto ho scelto il Messico, certo avrei potuto scegliere il Perù, ma avevo bisogno di prendere le distanze in questo lavoro di ricerca››, ci ha confermato l’artista durante il vernissage presso gli Ateliers Vortex di Digione.
Il terzo capitolo sarà presentato a Clermont-Ferrand presso la Tôlerie dal 29 maggio al 7 giugno.Classe 1981, l’artista abita e lavora a Parigi da diversi anni, per questo progetto messicano è stato sostenuto dal Cnap, Centre national des arts plastiques, in partenariato con la ADAGP, Société des Auteurs dans les Arts Graphiques et Plastiques. (Livia De Leoni)

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