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Da Parigi a Washington i grandi musei pensano alla tutela dell’Iraq e dei suoi tesori. Come? Con una task force culturale

di - 4 Maggio 2015
Tutto parte da una serie di musei europei e americani, dal Louvre e dal British Museum, che hanno una cospicua collezione di arte assira, ovvero sorella di quella devastata dall’Isis, in Iraq, negli ultimi mesi.
E visto che i media italiani (e anche quelli internazionali) in questi ultimi giorni sembrano aver mollato un po’ l’attenzione (forse perché l’IS non manda video di distruzioni?) c’è invece un altro processo in atto.
Jonathan Tubb, del dipartimento Medio Oriente presso il British londinese, ha fatto appello perché aziende e musei facciamo qualcosa in più che esprimere indignazione. Perché c’è bisogno di fare qualcosa di costruttivo in vista del momento in cui un normale governo, in quelle aree, sarà ripristinato.
Il Louvre, dal canto suo, ha promesso di inviare personale a Baghdad questa estate, per una missione di accertamento dei fatti accaduti e ha invitato colleghi iracheni a Parigi per condividerne le competenze. Il Metropolitan, invece, sta valutando l’organizzazione di una conferenza internazionale, che includerebbe anche colleghi iracheni e siriani con difficoltà a recarsi negli Stati Uniti; dal Rijksmuseum si sta progettando una mostra su Ninive per la fine del 2016 e così via.
Il gruppo dei grandi venti musei del mondo sembra prepararsi per quello che Julian Siggers, direttore del Penn Museum dell’Università della Pennsylvania, ha definito come un “prendersi cura della storia del mondo”.
E poi bisogna fare formazione, per quelli che vi abbiamo raccontato come gli “angeli della cultura” in missione nelle terre dell’Is per cercare di salvare il salvabile dal mercato nero e per tentare di isolare i siti archeologici a rischio.
A questo provvederebbe un programma di formazione messo in piedi dall’Unesco olandese, in collaborazione con lo Smithsonian Institution e il Centro Internazionale di Studi per la Conservazione ed il Restauro dei Beni Culturali (Iccrom), che includerebbe anche lezioni sul ruolo dei militari per la stabilizzazione degli edifici.
E se James Cuno, presidente del Getty di Los Angeles afferma che è necessario considerare la reintroduzione del partage, la condivisione di archivi e collezioni, per evitare di ritrovarsi con oggetti arrivati illegalmente, c’è anche una voce più fuori dal coro, riportata dal The Art Newspaper, che è quella di Jesse Casana, professore di antropologia all’Università dell’Arkansas a Fayetteville: «L’unica cosa da fare è aiutare a trovare una soluzione politica alla guerra». Buona idea, ottima speranza, ma intanto che nessuno tocchi di nuovo la storia del mondo in Medio Oriente.

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