Morte, sangue, ospedali, disastri ambientali e abusi edilizi, guerra, vittime, soldati&caduti. E un pizzico di critica verso l’occidente capitalista, se possibile ben orientata verso gli Usa.
Aggirandosi per l’Arsenale pare proprio che “L’arte al presente” proposta dal curatore della 52. Biennale Robert Storr non riesca proprio a distaccarsi da una mal riuscita (e, ahinoi, a tratti molto noiosa) caricatura di un banale tg televisivo.
Una Biennale politica dunque (e naturalmente molto correct), una mostra che propone un non richiesto lavaggio di coscienza del mondo industrializzato. Un esempio su tutti? L’italiano Paolo Canevari. Un artista che dopo anni e anni di gavetta ha trovato immediata fortuna nonappena trasferito in quel di New York City, e che nonostante ciò si prende il lusso in tutti i suoi ultimi lavori (non escluso quello presentato all’Arsenale) di proporre critiche contro gli States tra il banale e lo scomposto.
C’è qualcosa che si discosta dal rappresentare disordinatamente un presunto senso di colpa del nord del mondo rispetto al sud? Per fortuna si. Innanzitutto Luca Buvoli (dopo alcuni anni un italiano apre con una grande installazione la mostra internazionale della Biennale) con i suoi super-eroi futuristici, a seguire Gabriele Basilico e Nedko Solakov che riescono a parlare dei ‘problemi del mondo’ senza scadere nel documentarismo contrito e rimanendo ben al di sopra della linea di galleggiamento di una poesia estetica che gli artisti contemporanei si divertono a frequentare scarsamente. Estetizzante, ma incantevole, è il video in cinque puntate (riservatevi alcune ore…) del cinese Yan Fudong, divertente e accattivamente il lavoro del sudamericano Oscar Munoz, ma qualcuno ci spieghi come è possibile che venga ospitato in Biennale lo stesso identico lavoro che l’artista ha presentato -nel padiglione del Sudamerica- durante la scorsa edizione. Ancora video da segnalare: da non perdere la proposta della belga Sophie Whettnall, in assoluto uno dei lavori migliori dell’Arsenale. Assieme a due ‘ambienti’, quello della francese Tatiana Trouvé, che si conferma talento europeo da seguire, e quello di Francis Alys che di fatto chiude l’esposizione. (m.t.)
[exibart]
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ormai la biennale fa rima cn banale
sarebbe proprio il momento di dare tutti questi soldi spesi agli orfanelli.