Un catalogo di 365 pagine, concepito come un’opera da Izet Sheshivari, dove ogni pagina rappresenta ogni singolo giorno della mostra “D’Après Giorgio”, curata da Luca Lo Pinto alla casa-museo De Chirico di Roma. Inaugurata lo scorso 27 gennaio la mostra si arricchisce via via di un corpus di lavori di artisti volutamente eterogenei fra loro per generazione, poetica e ricerca stilistica, da Carola Bonfili a Tobias Madison & Kaspar Müller, da Marcello Maloberti a Luigi Ontani, da Emilio Prini a Luca Trevisani. Oggi il nuovo ingresso sulla scena è di Carlo Mollino con “Capitello” del 1936, opera emblematica del modo di fare arte di Mollino. L’oggetto in gesso, composto a quattro mani con l’amico pittore Italo Cremona, è il punto di contatto tra la poetica dell’architetto e le origini delle costruzioni occidentali e, inoltre, frammento perfetto in grado di evocare la metafisica Dechirichiana nell’ambito di un’esposizione che mira a non essere invasiva ma a confrontarsi con gli spazi abitati dal pittore per oltre trent’anni.
«Il titolo della mostra -spiega Lo Pinto- fa riferimento ai famosi “D’Après” dello stesso de Chirico ed è un modo di rendere omaggio a una figura cardine dell’avanguardia del Novecento, la cui influenza sulle nuove generazioni di artisti persiste ancora oggi. Nel contempo è l’occasione per far conoscere la Casa-museo a un pubblico sempre più ampio, attraverso una mostra pensata come una lunga storia, con le opere a fungere da capitoli, al fine di produrre una narrazione al tempo stesso dilatata e frenetica, didascalica e sfuggente, intima e concettuale». E una mostra che al contempo, come il lungo catalogo, si pone come un progetto in progress, dove i lavori sono presentati in più fasi: un “museo nel museo” in divenire che si arricchirà anche di una serie di accompagnatori “speciali” che guideranno il pubblico nell’esposizione, da Stefano Chiodi a Ester Coen, da Cristiana Perrella al nuovo direttore della Tate Liverpool Francesco Stocchi. Un’opportunità per riflettere sui processi interpretativi e sulle modalità con le quali persone diverse possono guardare allo stesso oggetto o, come in questo caso, ad un’esposizione.