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Decimo Arabic Arts Festival di Liverpool: un mix di cultura araba in terra inglese. Concentrato in dieci giorni

di - 5 Luglio 2012
Quest’anno l’Arabic Arts Festival è arrivato a festeggiare il decimo anniversario di nascita. Fondato infatti nel 2002, ricorre annualmente come un evento celebrativo per sensibilizzare e promuovere la comprensione e l’apprezzamento della cultura araba verso il grande pubblico. Il festival è organizzato dal Liverpool Arabic Centre, nato nel 1998, il quale oltre ad occuparsi dell’organizzazione del festival, gestisce il progetto Moving Here, che raccoglie le testimonianze della comunità araba trasferitasi a Liverpool. Da domani al 15 luglio, la città ospiterà così una vasta gamma di eventi che coprono la maggior parte dei generi dall’arte, dall’artigianato sino alla musica: film, reading letterari, teatro, laboratori di danza, balletti, letture, mostre, concerti e, novità di quest’anno, un corner dedicato a discussioni sui recenti avvenimenti nel mondo del Medio Oriente. Le location quest’anno includono la Bluecoat, FACT, la Kasbah, la Filarmonica, Unity Theatre, Walker Art Gallery, Palazzo San Giorgio, Sahara Restaurant, Centro arabo, così come eventi all’aperto ospitati al Sefton Park e al Liverpool One.
Razanne Carmey, direttore esecutivo del festival, ha dichiarato: «A Liverpool, una città che può dire molto circa la sua arte e la cultura, caratterizzata da un continuo cambiamento e fermento, noi guardiamo al di là notizie di tumulti, guerra e politica per celebrare le arti, la cultura e la vita». Anche Eckhard Thaaman che si è occupato di configurare il programma del festival, ci ha tenuto ad esprimere il proprio giudizio affermando: «Quest’anno il festival ha indagato i temi della storia e del cambiamento. Concepito prima che delle recenti rivoluzioni della primavera araba, in un momento in cui certezze politiche, geografiche e culturali sono instabili, gli artisti hanno saputo creare nuovi spazi immaginativi, in cui le nostre storie e il futuro si incontrano. Libero da censure formali, e spesso altamente collaborativo, in pratica, il loro lavoro ci spinge a riconsiderare ciò che noi pensiamo di sapere». Un festival insomma dove prioritaria è la conoscenza di un realtà apparentemente lontana, ma che culturalmente può essere molto unita alla dimensione occidentale degli avvenimenti storici. (Francesca Iani)

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