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Documenta 14: ecco le prime impressioni a caldo dal Fridericianum

di - 7 Giugno 2017
Acqua. A Kassel, sembra essere tra gli elementi dominanti. È la materia di cui è composta buona parte della rappresentazione della contemporaneità, come delineata da questa quattordicesima edizione di dOCUMENTA, presentata stamattina. Ed è anche la pioggia che sferza le strade della città sul fiume Fulda e il Fridericianum, la sede centrale della manifestazione, e che, probabilmente, ritarderà il ricchissimo programma di performance, molte delle quali sono previste all’aperto. Rovesci improvvisi, tropicali, in cui solo le folate di vento freddo ricordano il cuore mitteleuropeo di un continente che, ultimamente, si ritrova un po’ smarrito, perso tra quelle parole che pronunciamo con disinvoltura senza riuscire a esaurirne tutte le sfumature, attraversamento, spostamento, confine, migrazione, politica, lavoro. Dunque, per ritrovare una radice comune di questi termini, proviamo ad attraversare la mostra centrale che, nelle intenzioni del direttore artistico Adam Szymczyk, unisce la Germania, probabilmente la punta più avanzata della società e dell’economia dell’Europa, con la Grecia, riconosciuta da tutti come patria della cultura occidentale.
Presente e passato che si uniscono? Sì, suona un po’ didascalico e, in effetti, almeno a prima vista, il paesaggio sembra ricoperto da una patina scolastica che appiattisce le asperità. Ci sono molti artisti greci che difficilmente avremmo potuto conoscere, dalla collezione dell’EMST, il museo di arte contemporanea di Atene che ha vissuto alterne fortune. Ma non mancano i nomi di peso, come Gerhard Richter e Michel Auder, e artisti mid career, come Daniel Knorr. C’è sicuramente molta storia dell’arte, quella legata agli schemi degli anni ’70, in particolare la frangia legata ai materiali poveri, esplicitata da una monumentale opera di Jannis Kounellis in metallo, juta e carbone. Non sono molti i video, evidentemente scelti con parsimonia, in base al concreto apporto all’esposizione. Su tutti, The Raft, opera capitale di Bill Viola, che racchiude buona parte del senso della mostra, con quell’atmosfera sospesa, ritmata dal potente getto d’acqua che investe le persone. Come in un enigma ben strutturato, il momento più difficile è il principio, capire dove iniziare la ricerca, trovare l’estremità del filo da seguire. Individuata la traccia, possiamo anche rivedere il giudizio iniziale, perché in fondo non c’è bisogno di parlare ad alta voce per riferirsi al presente.
Qui, tutto è sussurrato e procede per allusioni, la migrazione si ritrova a quel Crocevia dove Edipo uccise Laio, opera di George Hadjimichalis, l’attraversamento è lo spazio tra i tessuti intrecciati e diffusi in tutte la sale, di Kimsooja, l’aspetto ludico e quello brutale dell’economia convivono nelle reti metalliche di George Lappas. La potenzialità della cultura, la sofferenza di uno Stato e lo strapotere di un altro, sono raccontate dalla grande installazione nella piazza del Fridericianum – di cui non possiamo dire l’autore, vista la mancanza di molte didascalie – in cui viene riprodotta la struttura del Partenone, con le colonne che diventano pile di libri incellofanati. La critica c’è, sottile e, per questo, più feroce.
In home: George Lappas, Abacus, 1983
In alto: George Hadjimichalis, Crossroad, The crossroad where Oedipus killed Laius.A description and history of the journey from Thebes to Corinth, Delphi and the return to Thebes, 1990-1997

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