La mostra “Orsay vu par Julian Schnabel” ha aperto in concomitanza con la chiusura di “Carta Bianca. Capodimonte Imaginaire”, l’iniziativa, curata da Sylvain Bellenger e Andrea Viliani, di invitare celebri personalità del mondo della cultura per riallestire dieci sale del Museo di Capodimonte, scegliendo in piena libertà tra le migliaia di opere delle collezioni, interpretandole secondo le proprie sensibilità. Similmente ha fatto il Kunsthistorisches Museum di Vienna, con la mostra affidata alla coppia Wes Anderson e Juman Malouf.
Il Museo Orsay, pur ricalcando quell’impostazione di stabilire un dialogo fra le opere della storia dell’arte e personaggi di rilievo, ha privilegiato la dimensione del confronto concreto, con l’invito rivolto a un solo artista di caratura internazionale. Ne risulta così una mostra che, da un lato, è un suggerimento per valorizzare aspetti e opere meno note della vasta collezione, dall’altro, appare come una sorta di autoritratto dell’artista prescelto. E Julian Schnabel, nella sua ideazione, affiancato da Louise Kugelberg e Donatien Grau, ha avuto carta bianca – a meno di alcune limitazioni per pezzi ritenuti irrinunciabili per le aspettative dei turisti visitatori – anche nella scelta dell’ambientazione.
E infatti, l’iniziale, immediata reazione di perplessità per la scelta della prima sala, sormontata da una grande volta con decorazioni pompier e da un’apparente confusione espositiva, si stempera nella percezione che egli abbia voluto collocare i suoi lavori nel contesto storico proprio delle opere scelte, di cui riconosce l’affiliazione, e che il montaggio, come una costellazione di opere disseminate sulle grandi pareti, sia volutamente a metà strada tra l’allineamento degli allestimenti contemporanei e l’affastellarsi dei salon ottocenteschi. L’esergo della mostra è il raffronto fra l’autoritratto di Vincent Van Gogh del 1889 e il suo Tina in a matador hat del 1987, cent’anni dopo e non a caso, visto la concomitanza con l’uscita del suo film dedicato all’artista olandese, At eternity’s gate. Questo può leggersi anche come rimando alla follia, che si manifesterà ancora nel suo gigantesco ritratto di Artaud esposto nell’altra sala, una citazione della sua visita alla mostra dell’Orsay del 2014, “Van Gogh/ Artaud. Le suicidé de la société”, che pare sia stata il punto di partenza del film scritto con Emmanuel Carrère. Non una sala questa seconda ma un passaggio lungo la galleria vetrata affacciata sulla Senna, dove le sue pitture straripanti dalle pareti e le sculture quasi funerarie dialogano non con i maestri – a meno di un grande Can-can di Toulouse Lautrec insolitamente opaco e immobile e, quindi, particolarmente in tono – ma con la città topos dell’Impressionismo.
Fra i Gauguin, Monet, Manet, Cézanne e i minori Honoré Daumier, Carolus-Duran e Théodule Ribot, Schnabel propone i suoi recenti Tatiana Lisovskaya, déguisée en Carmen, Peinture de rose-Près de la tombe de Van Gogh e i precedenti Blue nude with sword del 1979, The exile e Ornamental Despair del 1980, per stabilire un dialogo/confronto serrato sia sul piano formale compositivo che in quello evocativo ed emotivo. (Giancarlo Ferulano)
In alto: © Musée d’Orsay, foto di Sophie Crepy Boegly