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Dove sono gli aerei? Giancarlo Ceraudo ci racconta la storia fotografica dei desaparecidos

di - 12 Febbraio 2018
«Dove sono gli aerei?». Una domanda semplice che ha innescato 15 anni di inchiesta e l’obbligo per l’Argentina di fare i conti con una parte della propria storia. Il fotoreporter romano Giancarlo Ceraudo ha presentato a Napoli, in un incontro organizzato dal Centro di Fotografia Indipendente in collaborazione con l’ex Asilo Filangieri, il suo libro “Destino Final”, edito da Schilt Publishing. Tra il 1976 e il 1983, oltre 5mila oppositori alla dittatura militare sparirono tra le acque dell’Oceano Atlantico, a circa 500 km dall’estuario del Rio de la Plata, gettati dalle fusoliere degli aerei della Prefectura Naval Argentina. Per quasi trent’anni, di questa storia si sono perse, occultate o dissolte, le tracce documentarie, finché una semplice domanda ha portato al ritrovamento degli aerei, delle carte e, alla fine, dei piloti responsabili dei voli della morte. Insieme al fotografo Ceraudo, abbiamo ripercorso le fasi dell’inchiesta.

Come è nato questo progetto?
«Una passione da bambino per gli aerei, lo studio della costruzione del consenso e della rete omertosa di rapporti nel nazismo, la consapevolezza che gli oggetti sono testimoni della storia e delle vite al di là del tempo presente, la scena finale del film Garage Olimpo di Marco Bechis sono state le leve che hanno messo in moto la ricerca. Nel 2001 ero in Argentina per documentare la grande crisi del sistema neoliberale e l’eco della dittatura continuava ad essere forte. Iniziai a fotografare il movimento dei diritti umani e le Madres de Plaza de Mayo, ma sentivo che c’era una parte di storia ancora da scrivere. Sui voli della morte era stato pubblicato solo un libro del 1995, “El vuelo”, di Horacio Verbitsky che raccoglieva la confessione dell’ex ufficiale di Marina Adolfo Scilingo, condannato a 640 anni di carcere per crimini contro l’umanità. Decisi, quindi, con le persone che hanno collaborato all’inchiesta, di seguire le tracce degli aerei, gli Skyvan e gli Electra, descritti da Scilingo. Grazie ai forum di appassionati di aviazione, siamo riusciti a trovare i sei Skyvan della Prefectura Naval Argentina: l’unico che volava ancora era a Fort Lauderdale, in Florida. È stato lì che abbiamo trovato i documenti con date e nomi dei piloti».
Qual è stata la conclusione di questa inchiesta?
«Adolfo Pérez Esquivel, premio Nobel per la Pace ed Enrique Piñeyro, entrambi compagni fondamentali in questa ricerca, hanno consegnato i documenti al giudice istruttore di Buenos Aires Sergio Torres. Il 29 novembre 2017 sono stati condannati all’ergastolo Mario Daniel Arrú e Alejandro Domingo D’Agostino, i piloti che hanno effettuato il volo della morte il 14 dicembre 1977 che costò la vita ai dissidenti e alle monache francesi catturate nella retata della Chiesa della Santa Cruz».
Chi ti ha affiancato in questo percoso?
«Taty Almeida, tra le più esposte Madres de Plaza de Mayo: è stata tra le prime persone a stupirsi della mia curiosità sugli aerei. Del 2007 è, invece, l’incontro con Miriam Lewin, giornalista, sopravvissuta ai campi di concentramento di Virrey Ceballo e dell’ESMA, colei che mi ha permesso di affrontare sul piano emotivo ciò che non ho vissuto sulla mia pelle. Ma anche Carlos “Maco” Somigliana, antropologo forense, che ha identificato, nei corpi riemersi nel Rio de la Plata a seguito del fenomeno metereologico della Sudestada e sepolti in una fossa comune, le vittime della retata de la Santa Cruz».
Che tipo di lavoro fotografico ne hai tratto?
«La fotografia è stato il punto di partenza e il punto di arrivo delle mie riflessioni. Era frustrante che la contemporaneità, cardine del nostro lavoro, fosse annullata. Facevo 5 fotografie all’anno. Ho odiato questo lavoro finché non mi è stato chiaro che la potenza di queste immagini era nell’impatto emotivo. Ci sono foto del 2006 e altre del 2017 che mantengono la stessa tensione. Non lo considero parte del mio percorso professionale, piuttosto di quello umano. Due persone sono state condannate all’ergastolo per questa inchiesta: ormai queste immagini non appartengono più a me, ma alla storia di un paese».
Quali sono i prossimi progetti?
Sto sviluppando un lavoro sulla città in cui sono nato dal titolo “Roma nuda” e un altro, “La terra di mio padre”, sulla Calabria, ripercorrendo le tracce di antichi ricordi».
Dalla grande Storia alla storia personale?
«In realtà neanche “Destino Final” voleva essere parte della Grande Storia. All’inizio era solo la curiosità di un ragazzino che studiava i crimini del Nazismo, che guardava i mondiali in Argentina del ’78 e che aveva una passione per gli aerei». (Giovanna Bile)

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