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Tre musei per una mostra, “Caribbean: Crossroads of the World”, giudicata dal New York Times come l’evento artistico migliore dell’estate newyorkese. Lo Studio Museum ad Harlem, il Museo del Barrio e al Queens Museum of Art di Flushing sono i tre poli di questa rassegna che racconta attraverso diverse tematiche che toccano la geografia, la politica, la società e l’immigrazione, e a partire da diverse domande, la vita dell’arcipelago caraibico. Qualche esempio: Quali sono i confini dei Caraibi? La Florida e la Colombia sono parte dell’arcipelago? Esiste una vera cultura caraibica? Come è possibile scindere il melting-pot di indigeni, asiatici, europei ed africani che si fondono in maniera costante nelle moltissime isole della regione? E poeticamente i Caraibi possono essere uno stato d’animo? Come fare a catturare con l’arte quello che tradizionalmente è stato espresso più nella musica e nella danza che non nel campo del visivo?
Un team di nove studiosi e curatori, guidato da Elvis Fuentes, a capo dei progetti speciali a El Museo del Barrio, hanno riflettuto su queste questioni e realizzato un libro che probabilmente sarà destinato a diventare una sorta di “guida” per chiunque voglia affacciarsi all’affascinante mondo di questa “civiltà”.
E hanno messo in piedi un’esposizione, anzi tre, che sono un cortocircuito di quello che comunemente si intende per mostra d’arte. A partire dalla storia delle isole, raccontata al Museum Studio attraverso gli episodi salienti del cambiamento dell’area dal 1791, con la rivolta degli schiavi ad Haiti che aveva portato all’indipendenza del Paese dalla Francia. La sala “Land of the Outlaw”, sempre nel museo di Harlem, si concentra, invece, sull’immagine che gli Europei avevano al cospetto delle popolazioni caraibiche, viste come bestie feroci, nativi ostili o mostri associati alle loro religioni primitive.
Al Museo del Barrio si lascia posto al concetto di razza per proseguire sul tema della trasformazione derivata dalle colonizzazioni, dalle idee “bianche” che nel frattempo avevano ceduto il posto a un immaginario da Eden terrestre ma colonizzato. Con attività di lavoro che rovinano le isole tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo, fino alle trivellazioni offshore di cui abbiamo visto i risultati qualche tempo fa nel golfo del Messico. Al Queens si passa al contemporaneo, con le realtà sociali, economiche e spirituali dell’arcipelago che vengono indagate nei mutamenti quotidiani, stando vicino soprattutto all’elemento fondamentale dei Caraibi: l’acqua, il mare. Nelle pitture, nelle fotografie e nei video, il mare è il principale protagonista: dal trasporto merci tra un’isola e l’altra al lavaggio e allo scarico dei rifiuti delle navi nell’acqua, i commerci e i traghetti, le imbarcazioni tipiche e i pescherecci, significanti e significati di un mondo in costante mutamento e dove c’è un’intera umanità che si sposta: per secoli i Caraibi hanno ricevuto e rispedito le vite di africani, americani, arabi, cinesi, europei, ebrei, sud-asiatici, portando tutta l’arte, gli atteggiamenti, le cucine, lingue e le religioni con loro, nel mondo. Un percorso tra opere e artisti che non diranno assolutamente nulla alla maggior parte degli addetti ai lavori, ma nella bella recensione che fa Holland Cotter sul quotidiano della Grande Mela si arriva a una conclusione quasi commovente: «Non è forse vero, o non ci viene sempre detto che il lavoro dei musei è anche raccontarci quello che non sappiamo? In questo caso tre piccoli istituti con personale e risorse limitate hanno gettato su questa cultura una grande rete di conoscenza e scavato in profondità, facendo uscire una mostra con qualcosa di davvero grande da comunicare». E probabilmente non poteva esserci posto migliore di New York, la più grande città dei Caraibi, per raccontare tutto questo.




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