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Fondazione Prada nella “bruma” di Billy Cowie e di una serie di corpi che hanno attraversato i muri. Scompigliando il pubblico

di - 1 Ottobre 2016
Forse qualcuno, alla Fondazione Prada, ha storto il naso. Attraverso i muri di bruma di Billy Cowie non è stato percepito così “impegnativo” come l’Atlante del gesto di Virgilio Sieni, dello scorso anno.
Eppure bisognerebbe proprio partire dal titolo per poter raccontare di tre serate speciali (l’ultima ieri) nello spazio espositivo ormai più celebre di Milano. La bruma è la nebbia, la foschia dell’inverno; la bruma è la vaga sensazione di freddo che si percepisce in una serata di fine settembre, al nord.
E l’attraversamento speciale è in compagnia di una serie di azioni misteriche come a volte solo i movimenti della danza contemporanea possono essere: veloci, rapidi, meccanici, all’apparenza scoordinati, in scenari insoliti, riempiendo aree del grande “hub” di Largo Isarco come forse mai era stato fatto in precedenza, proiettando luci come segnali, invitando il pubblico a seguire musiche e commenti ipnotici, o a restare delusi o sorridenti di fronte alla danza del “BEH”, dove quattro giovanissimi ballerini – ai vocalizzi di “Beh”, “Bah”, “Boh”, “Già” – hanno dato prova di saper reggere non solo il palco, ma anche di sfidare il pubblico – forse quasi non più avvezzo a questi riflussi che hanno dalla loro uno spirito dada, goliardico e allo stesso tempo sottilmente impegnato nelle sfumature della lingua italiana, come del resto scardinavano il linguaggio le antiche avanguardie.
Una danza surreale, insomma, come il “respiro” dei due “sbandieratori” sul roof della Haunted House – la torre dorata – o la casa di nebbia dove una ballerina, proiettata “inscatolata” nell’edificio sud, si muoveva al ritmo di una scossa elettrica desiderata come un bacio, che però diviene una scena quasi grottesca per un suicidio in diretta.
Dove sta l’ideologia, il simbolismo, il “senso”, sono stati alcuni dei commenti uditi. Secondo l’advisor del progetto, Marinella Guatterini, Cowie propone una serie di “depistaggi” in apparenza leggeri, quasi pop, che fanno riflettere sull’uso del corpo, sul suo vero e falso, in muri attraversati da esseri che portano con se memoria, nostalgia, profezia, in una raffinata costruzione “estetica anche romantica che obnubila la percezione”. Ed è forse questo che, grazie agli undici ballerini della Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi, con la mano “anarchica” di Cowie, ha reso “brumoso” il risultato. Ed è stato un vero piacere perdervicisi.

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