E dunque, alla fine, è avvenuto ciò che molti di noi speravano non avvenisse. A pochi giorni dal Natale, con una conferenza stampa la cui data e l’orario sono stati diffusi ufficialmente sono il giorno prima, il 21 dicembre appunto, l’Assessore Luca Bergamo presenta il nuovo direttore del museo Macro. Anzi no, perché dopo lunghe ed inutili digressioni filosofiche – Bergamo cita Wittgenstein in più di una occasione – alla prima domanda tecnica, esce fuori che no, non sarà il direttore ma semplicemente il curatore del progetto “Macro Asilo”. Primo escamotage per superare la barriera dei tanti quesiti inerenti la legalità di chiamare direttamente una persona, con un curriculum peraltro poco adatto al ruolo insignito.
Dunque curatore, non direttore. Eppure, a leggere i molti articoli usciti prima e dopo la conferenza si parla sempre e solo di direttore. Ma andiamo oltre.
Cosa farà Giorgio De Finis all’interno del Macro, museo costato alla città di Roma parecchi soldi?
Il curatore prende la parola, si parla dell’Asilo: dispositivo – parola molto usata ultimamente quando non è ben chiaro di cosa si stia dissertando – nuovo che reinventa il museo. Come lo reinventa? Cito testualmente l’esigua cartella stampa: “Gli artisti saranno chiamati ad un “appello”, momento performativo aperto al pubblico. Potrà aderire alla chiamata chiunque si definisca “artista”. Solo gli artisti che si sono presentati all’appello, che hanno cioè scelto di aderire per (auto)candidatura a un processo collaborativo, avranno diritto a partecipare alle fasi successive del gioco.”
Ecco appunto, a che gioco stiamo giocando? Dove si conclude questa parodia e dove nasce invece un progetto culturalmente interessante?
Se è vero che il Macro ha dal suo principio avuto vita difficile vuoi per la collocazione, vuoi perché non è mai risucito ad attrarre un pubblico numericamente importante, altrettanto vero è che si doveva pensare ad una politica maggiormente inclusiva ma che tenesse conto delle capacità e delle esperienze. Cosa vogliamo farne? Un nuovo MAAM al centro di Roma. È questo che vogliamo? La città ha bisogno di questo?
Mi si potrà obiettare che non ci sono i soldi. Allora si ragiovava su una ricostruzione del museo in chiave didattica, utilizzando spazi e collezione permanente per insegnare a tutti, grandi e piccini, cosa è l’arte contemporanea.
E invece, per far comprendere qualcosa di difficile, si sceglie di abbassarne il livello. (Sabrina Vedovotto, critica d’arte e curatrice)