Vorrei commentare il “Caso Macro” da un’angolatura differente, visto che in molti, tra gli addetti ai lavori, vanno dicendo e diranno più o meno le stesse cose, sia pure da posizioni divergenti. Tutti loro sembrano non avvedersi di come la posta in gioco, al di là delle strategie museali, delle poltrone e di budget ottovolanti, sia ben altra.
E precisamente quella sollevata (ma fraintesa) da Fabio Cavallucci: “[…] Non drammatizzerei per il momento. Ora servono degli esperimenti forti, innovativi. Siamo tutti concordi che c’è una certa aria di stanchezza nel sistema dell’arte. Quindi, prima di giudicare vediamo i risultati”.
Ebbene, credere che all’interno del display museale (e galleristico) siano ancora possibili degli “esperimenti forti e innovativi”, è fallacia che vorrei limitarmi a sollevare, visto che non è certo questa la sede per interrogarsi sul conformismo progressivo che va interessando l’arte occidentalizzata di inizio millennio. Del tutto illusorio è ipotizzare che una “nave dei folli” possa garantire quegli scombussolamenti di prospettiva che sovente, in passato, hanno rivitalizzato un’arte divenuta insipida. Tale stratagemma purtroppo non funziona più, ormai non c’è operazione alcuna, all’interno dei luoghi deputati, che possa disinnescare gli sbadigli, perché sono propriamente tali luoghi, oltre che naturalmente le eventuali operazioni “d’arrembaggio” (e peggio quelle che non lo sono), a essere divenuti strutturalmente soporiferi.
Sbadigli che però, occorre aggiungere, non riguardano affatto lo spettatore medio italiano, vero protagonista delle domeniche museali (il grosso dei turisti stranieri viene a vedere Michelangelo&Co., non certo l’attuale offerta artistica). Egli è felice sia di un’arte “maleducata” che approdi in un santuario delle Belle Arti, sia di opere più o meno educate (ma solo per noi) abbarbicate nelle medesime sale. Cosa volete che ne capisca?
C’è di che invidiarti per la tua bocca buona, caro spettatore della domenica. Tanto che i cosiddetti “esperti”, da un po’ di tempo a questa parte, sembrerebbero aver preso l’esempio da te, a ragion veduta data la situazione. Sono unicamente i palati più esigenti, troppo rari per costituire legione e contagiare l’opinione pubblica, a restare delusi tanto da un’arte progressivamente logora, quanto da un’opzione “nave dei folli” anch’essa di maniera. (Roberto Ago, iconologo contemporaneo)
Sopra: Enel Contemporanea 2013, Toshiko Horiuchi MacAdam. Harmonic Motion / Rete dei draghi, MACRO