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Frammenti di colori newyorchesi. Nello Petrucci all’Ambasciata americana di Roma

di - 30 Giugno 2019
Il passato, la storia si ricostruisce ogni giorno. È l’arte ad avere il merito, il compito di restituirlo. «L’antichità – scriveva il poeta Novalis – non ci è data in consegna per sé. Non è li a portata di mano, al contrario, tocca proprio a noi saperla evocare». Il passato, l’antico a cui Nello Petrucci nella mostra all’Ambasciata americana si rivolge è più vicino, più prossimo e frammentato. Emerge dal fondo dell’immagine o, il più delle volte, come conseguenza artistica di una visione caotica, un groviglio di immagini, parole, icone che richiamano un episodio o un luogo.
La piccola selezione di opere, realizzate tutte site specific, per la mostra all’Ambasciata Americana a Roma, “OVER THE SKY”, a cura di Francesca Barby Marinetti, condensa una memoria condivisa, una dramma, quello dell’11 settembre, vissuto dal continente americano ma anche la sua vita più brulicante. È New York il cuore delle opere di Petrucci ed è sempre New York il cuore degli Stati Uniti. Nei quadri, volutamente scorniciati, di medie e grandi dimensioni, la metropoli è tutta dentro. In quegli strati di carta riutilizzati dai manifesti scollati dalla strada. Cosi come è tutta dentro quel luccichio di lucido in trasparenza che risulta dalla superficie ultima del quadro. Intrico di materia cartacea e vernice, tutto è miscelato con l’impasto del colore diffuso.
Per l’esito finale, la città viene fuori a sprazzi, a frammenti. Non è un caso se l’America è nata da una composizione di più Stati, al contrario di Pompei, città di origine di Petrucci, città antica che è riemersa dal passato intatta, perfettamente integra, nonostante il dramma della sua completa scomparsa dopo l’eruzione del Vesuvio nel lontano 79 d.C..
Allora, due drammi uniscono, con un filo sottile e impercettibile, le due città. Quella che ci ha restituito meglio l’antico e quella più moderna al mondo. Non sarà un caso allora se Petrucci è li che guarda. Posto a metà tra antico e contemporaneo, come un’erma bifronte, ha necessità di guardare indietro, dentro, per riscoprire e ricomporre il suo mondo oggi, fuori e dentro la tela.

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