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Giò Ponti e la Richard Ginori: dieci anni di “amore” danno luogo alla nascita della prima produzione artistica industriale italiana. Ora a Firenze

di - 15 Giugno 2014
Era il 1922 quando Giò Ponti (1891-1979), allora giovane architetto e design milanese, iniziò le prime collaborazioni con la Richard Ginori: nel 1896 l’azienda francese aveva acquisito la Manifattura di Doccia fondata nel 1737 dal marchese Carlo Ginori e negli anni successivi alla prima guerra mondiale con i suoi cinque stabilimenti per la Richard Ginori era doveroso un cambio d’orientamento che portasse rinnovamento ed espansione non solo da un punto di vista produttivo ma anche d’immagine. Dal 1923 al 1933 Giò Ponti ne fu il direttore artistico donando nuovo impulso all’azienda e curando in prima persona tutte le fasi dall’ideazione alla produzione alla comunicazione occupandosi anche di progettare, quando servisse, il padiglione espositivo o l’etichetta oppure proponendo i prezzi di vendita degli oggetti o creando le confezioni. Giò Ponti abitava a Milano e il suo braccio destro alla Manifattura di Doccia era Luigi Tazzini pertanto è attraverso le tante lettere oggi conservate presso l’archivio del Museo Richard Ginori della Manifattura di Doccia che si può percepire quale fosse il rapporto tra i due, cosa si dicessero e come mandassero avanti il lavoro.
La mostra in corso al Museo Marino Marini di Firenze a cura di Livia Frescobaldi Malechini, Olivia Rucellai e Alberto Salvadori, aperta fino al 21 luglio, propone una trentina di queste lettere – per lo più destinate a Tazzini – in associazione agli oggetti che in esse vengono descritti e che sono stati prodotti. Ponti infatti correda i suoi scritti con schizzi, disegni, annotazioni, indicazioni di fabbricazione e quant’altro possa essere utile per far eseguire il lavoro al meglio, le lettere dunque offrono un focus sull’operato dell’architetto-design ma anche sul modo di lavorare nel contesto industriale e manifatturiero della Richard Ginori. Sappiamo, infatti, che Ponti non amasse lavorare in solitudine e che quindi fosse sua abitudine coinvolgere i grafici, gli esecutori. Ponti si occupa in prima persona di ogni aspetto della produzione tanto che ha anche realizzato dei nuovi colori come per esempio un blu in due diverse tonalità detto appunto “blu Ponti”.
Scopo dell’esposizione è quello di far conoscere un Giò Ponti un po’ inconsueto, meno noto al grande pubblico tanto che sono stati esposti oggetti di piccole dimensioni, alcuni per niente eclatanti ma non per questo meno significativi o meno preziosi. Ci sono dei pezzi unici realizzati anche su commissione come per esempio il centro tavola ordinato dal Ministero degli Esteri per le Ambasciate italiane disseminate in tutto il mondo, mentre altri non sono entrati in produzione seriale. Per lo più si tratta di oggetti di uso comune, quegli oggetti che potevano “arricchire” le case borghesi del tempo come fermacarte o calamai, vasi, portafiori o piccoli soprammobili, ciotole o piatti. Le decorazioni animali o quelle si sapore orientale sono tra le più frequenti ma non mancano anche esili figurine dal tratto essenziale e pulito oppure decorazioni geometriche di rara armonia nelle quali il colore assume un ruolo determinate e fantasioso. (Enrica Ravenni)

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