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Granpalazzo 2017: ecco com’è il weekend del contemporaneo della giovane fiera di Ariccia, alle porte di Roma

di - 28 Maggio 2017
Terza edizione per Granpalazzo, la giovane fiera che, nel 2015 e 2016, aveva trovato casa a Palazzo Rospigliosi di Zagarolo e che, quest’anno, si è spostata nella splendida cornice di Palazzo Chigi, ad Ariccia, nel cuore della zona dei Castelli Romani. Ventisette gallerie in totale in una dimora storica, dove il contemporaneo è in relazione agli ambienti originali del Palazzo, la cui costruzione – da parte della famiglia Savelli – risale alla prima metà del 1400. Passate poi alla Famiglia Chigi nella seconda metà del ‘600, le sale barocche della dimora sono state negli anni anche il set di diversi film, come Il Gattopardo di Luchino Visconti. Selezionate da Paola Capata di Galleria Monitor, Delfo Durante, Ilaria Gianni (curatrice della fiera) e Federica Schiavo, il parterre delle gallerie resta decisamente internazionale: insieme all’Italia con SpazioA di Pistoia, Tiziana Di Caro, Collicolaligreggi, Zero…, Pinksummer, Massimo Minini, solo per dirne alcune, ci sono anche Madragoa da Lisbona, Daniel Marzona da Berlino, Bosse & Baum di Londra, Maisterravalbuena di Madrid.
Il risultato è ottimo, specialmente per quello che è il “finale” di una fiera: la condivisione e l’unione, per due giorni, di addetti ai lavori e galleristi, artisti e visitatori. Merito, appunto, di una location speciale e decisamente lontana dall’idea mainstream di queste iniziative: quasi un pit-stop da vivere un poco lontani dal caos, in questo 2017 di grandi rassegne internazionali e appuntamenti sincopati.
Ma che si vede, dunque, in questo Granpalazzo?
Bella l’installazione dell’artista norvegese Ann Iren Buan, presentata da Apalazzo Gallery di Brescia: formazioni cilindriche di carta passata a pastello, in una riflessione sulla scultura partendo da vecchi disegni. Dialogo invece tra Tomaso Binga (presentata da Di Caro) e Sofia Hultén (Daniel Marzona): gli attrezzi da lavoro “ricomposti” e resi macchine celibi, private della loro originaria funzione dell’artista svedese, cresciuta a Birmingham e ora di casa a Berlino, si relazionano con opere storiche – realizzate tra il ’72 e il 1982 – come l’Alfabetiere Pop, Dattilocodice e i Polistiroli, recuperando e mutando segni e codici, dell’artista salernitana, all’anagrafe Bianca Pucciarelli Menna. Del riuso di altre “oggettualità” fa parte anche il corpo di lavori di Alessandra Spranzi, presentata da P420 di Bologna, che recupera vecchie immagini ibridandole con nuove produzioni, o riattiva fotografie di vecchi libri spalmandole di nero. Da vedere la sala di SpazioA, con il suggestivo progetto dedicato a Giulia Cenci, con due nuove installazioni che riscrivono il concetto di scultura. Ma non è finita, perché ci sono le performance: ieri, per esempio, è stata la volta di Gianfranco Baruchello e della sua Adozione della Pecora, dove cento sculture ovine in compensato sono state raccolte dal pubblico e portare in giro per il palazzo, creando un gregge diffuso e dove ognuno diventa pastore, con responsabilità e cura; Italo Zuffi, con Fondazione Volume! ha invece messo in scena una meta-inaugurazione con il lavoro Crescendo-Diminuedo (Sergio Ragalzi), offrendo un piccolo rinfresco con sottofondo sonoro registrato nell’opening della mostra di Ragalzi, si chiede al pubblico di partecipare alle consuetudini e alle pratiche che contraddistinguono i riti dell’arte, mentre Roberto Fassone ha “insegnato” al pubblico le strategie per realizzare un’opera d’arte concettuale.
Un palazzo, insomma, ad alto tasso di originalità. E anche di qualità. Per un week end di pausa nell’arte.

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