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I limiti dello spazio e come forzarli. L’installazione di Delphine Valli da AlbumArte

di - 6 Giugno 2019
Non una semplice figura retorica, un artificio del discorso, ma un sentimento del tempo: è questo il climax di Delphine Valli, ovvero la consapevolezza di un’urgenza che deriva dal contesto attuale caratterizzato da tensioni sociali, conflitti in corso e cambiamenti climatici e il tentativo di trasformarla in un enunciato estetico. In che modo? Nella forma di una grande installazione che l’artista realizza a Roma all’interno dello spazio AlbumArte di Cristina Dinello Cobianchi, frutto di un anno di lavoro.
Il progetto si intitola “Climax” ed è curato da Claudio Libero Pisano. Oggi è l’ultimo giorno per visitarlo e dalle ore 15 alle 19 l’artista è in galleria per accogliere i visitatori. Il punto di partenza è il disegno. La mostra origina infatti da un corpus di carte dipinte del 2015, che vengono presentate sovrapposte, sotto vetro, unite da un senso collettivo. Da qui nasce l’esigenza o l’ambizione di disegnare tutto lo spazio, cercando di forzarne i limiti. Il risultato è una mostra essenziale, nel cui equilibrio generale i vuoti prevalgono sui pieni.
«L’attenzione è nel valore del vuoto – scrive nel suo testo critico Claudio Libero Pisano – inteso come potenziale e mai come mancanza». Valli traccia linee di forza che alterano le prospettive e semina nello spazio imponenti forme geometriche sghembe dipinte a parete ed esili sculture costituite da tubolari metallici, ridotte a segni puri. La mostra punta alla sintesi, a una soluzione formale che si imponga nella sua stringente evidenza. Un processo creativo non immune da dubbi.
«Ci si chiede se il linguaggio comunica, oltre l’intento dell’artista, con i suoi stessi mezzi appunto», si domanda Valli. E la risposta è sì. «L’essenzialità della mostra – spiega – e la reiterazione di elementi senza alcuna aggiunta superflua mi parlano di un’intensità che va crescendo, come se stessi tirando la corda di un arco». Lo spettatore si trova a confrontarsi con un tunnel prospettico e cromatico, che ha uno stretto rapporto con la visione architettonica. «Per dirsi compiute le opere hanno bisogno della partecipazione attiva dello spettatore – annota il curatore – che non si limita a osservare ma ha un ruolo fondamentale nel disegno finale della poetica dell’artista», arrivando a instaurare «un rapporto inedito con la percezione, dove l’ordinario può divenire straordinario».
È il tentativo di cristallizzare una forma che presagisce il cambiamento, «perché ha raggiunto un apice oltre il quale muta necessariamente», aggiunge Delphine Valli, francese di nascita, cresciuta in Algeria e poi in Francia, in Italia dal 1997 dove studia scultura all’accademia di Roma. Uno spirito cosmopolita che corrisponde a una ricerca raffinata e meditata, che cerca corrispondenze tra spazi fisici, segni e istanze interiori. La semplicità è messa al servizio del racconto di una complessità. Non è casuale il riferimento retorico del titolo, perché la dimensione testuale è una componente fondamentale della ricerca dell’artista.
Per questo su una delle pareti campeggia un testo (All’impossibile) scritto dalla stessa Valli, non dissimile nell’impianto da certe soluzioni dell’arte concettuale di Joseph Kosuth, con l’aggiunta di un pizzico di elegante ironia. «L’ho introdotto per creare uno scarto», spiega. «È un’indicazione di lettura aperta che non impone nulla. Spiega come la realtà può essere diversa da ciò che appare, la traduciamo noi in rappresentazione mentale». La materia delle nostre rappresentazioni è illusoria e quindi anche i limiti lo sono, sembra suggerire l’artista. Auspicando, con la sua ricerca, la necessità di un cambiamento radicale di rotta. (Francesco Paolo Del Re)

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