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I silenzi, lo sguardo, i sigari. Adriana Polveroni ricorda Hidetoshi Nagasawa

di - 25 Marzo 2018
Dovrei scrivere di altro, stamane. Ma non riesco. È da ieri che il mio umore è cambiato. “Sei depressa?”, mi ha chiesto un’amica non sapendo niente. Sì, sono triste, più sola, più triste. Ieri all’ora di pranzo, mentre uscivo da una trattoria napoletana, mi è arrivata una telefonata dall’India tramite Whatsapp. Una vecchia amica che mi chiamava per raccontarmi del suo viaggio? Strano, ho pensato. E invece no: “Adriana, ma è vero che è morto Hidetoshi?”. Un colpo, un macigno scaraventatomi addosso. Impossibile, l’ho sentito una settimana fa.
Sapevo che stava male, ma mi ha detto che si sentiva bene, che stava meglio. Gli ho proposto un bel progetto cui tengo molto: un percorso a Verona, in occasione di ArtVerona, per illuminare alcuni luoghi bellissimi di questa città attraverso le opere così potenti e delicate insieme di Hidetoshi. Mi ha detto semplicemente: “Grazie, per avermi pensato”. Ero felice, felice di averlo. Felice e sicura che avrebbe fatto un gran lavoro, che insieme avremmo costruito una cosa bella e degna per questa città dove lavoro da un anno. Sarebbe stata la prima occasione per fare una cosa veramente insieme, dopo altri progetti minori e pur conoscendolo da quasi 25 anni.
La prima volta l’ho incontrato in via indiretta, attraverso una sua opera: Mistero per la luna, una stanza d’albergo dove ho dormito, in quel posto magico che è l’Atelier sul Mare di Antonio Presti. Hidetoshi Nagasawa era stato uno dei primi a realizzarvi una sua stanza. Un luogo dove, entrando, ti devi spogliare di te, devi trovare te stessa, perché le linee asciutte e definite di quella stanza, il bianco e i sottili profili in oro che la disegnavano, il vuoto che si rivela essere un pieno, l’incontro con la luna sul balcone per via di quel raggio che lo colpisce come una specie di ingiunzione ad esserci e non altro, è il regalo che Hidetoshi fa al visitatore, all’abitante effimero del suo spazio.

Poi conobbi lui e scoprii che non era niente affatto new age o guru o altro di queste sciocchezze, non ne aveva bisogno. Lui era, e basta. Lo zen, semmai, ce l’aveva dentro, e te lo comunicava, senza dirlo, con lo sguardo, con le poche parole che pronunciava, con le molte pause che metteva tra le parole, con il sigaro che fumava e il piacere della carne e della vita che era capace di vivere.

A Fiumara d’Arte, il parco di Arte Ambientale creato da Antonio Presti poco distante dall’Atelier sul Mare, Hidetoshi aveva realizzato un’opera, forse la più ambiziosa e la più impossibile di tutta quella follia a cielo aperto che è Fiumara: Stanza di Barca d’Oro. Un lungo corridoio ipogeo di oltre 30 metri, tappezzato di metallo, dove si entrava con una candela, lo si percorreva non senza un filo d’ansia, scoprendo alla fine di quel percorso buio il profilo rovesciato di una barca rivestita di foglie d’oro e assicurata al suolo dal suo albero maestro in marmo rosa. Che meraviglia!

C’era una seduta e, dopo quel disagio patito per via di quell’attraversamento sotto terra, al buio e sola, si rimaneva lì confusi e stupiti, a sentirsi piccini di fronte quel mistero e a contemplare quella preziosa poesia.

Forse non siamo in molti ad aver conosciuto quel lavoro di Nagasawa perché la stanza, secondo il pensiero dell’artista, doveva essere chiusa. E lo fu, ma solo più di 10 anni dopo la sua realizzazione. Il giorno in cui fu presentata al pubblico, nel 1992, fu messa sotto sequestro e quindi impedita alla vista, ma anche non completata. Un anno dopo, la prima volta che andai a Fiumara, Antonio Presti, tra arbusti cresciuti e sigilli messi, violò i vincoli e me la aprì, mettendomi in mano una candela per fare il mio viaggio.

Dopo ho avuto la fortuna di conoscere Hidetoshi in altre occasioni quando ha realizzato installazioni all’aperto, scoprendo quella capacità tutta sua di far dialogare lo spazio e la materia e di annullare questa in equilibri impossibili eppure solidi, e di vederlo alle prese con le mostre, con le sue installazioni, le sue creature severe e leggere. Una volta è stato a Pistoia, per una mostra a Palazzo Fabroni fatta con Ludovico Pratesi. Mi aveva dato un’opera che non mi convinceva, semplicemente perché sapevo che poteva fare meglio. Glielo dissi e lui, con la sua proverbiale gentilezza e generosità, mi rispose semplicemente: “Scegli tu. Basta che ti metti d’accordo con Ryoma”.
Ora il pensiero va a lui, Ryoma, il figlio, e a Kimiko, l’amorevolissima moglie. E va al suo costante lavoro, fatto anche con altri artisti, fatto con leggerezza e lealtà. Va alla sua arte che continua a vivere con la stessa soavità di sempre.

Ciao caro Hidetoshi, che il viaggio ti sia lieve come lo sei stato tu. (Adriana Polveroni)

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