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I titoli delle opere sono “offensivi”. E il Rijksmuseum di Amsterdam mette le mani avanti con una operazione di revisionismo bella e buona

di - 13 Dicembre 2015
Il dipinto di Simon Maris (1900 circa, foto sopra) è stato cambiato da Young Negro Girl a Young Girl Holding Fan. Di Margaretha van Raephorst (foto in home page), il Negro Servant è diventato Young Black Servant.
La politica del Rijksmuseum di Amsterdam, che si butta sulla legge della neutralità, eliminando dai titoli colori di pelle – soprattutto – le letti nelle didascalie possano sembrare razzisti, sembra più che altro stia mettendo in atto un processo di revisionismo storico. Snaturare le opere con la scusa del politically correct, insomma, quando per essere corretti basterebbe semplicemente non nascondersi dietro le tante dita che caratterizzano la nostra epoca sfacciata e fintamente perbene.
Il grande museo olandese, che ospita una collezione di circa un milione e 100mila opere, avrebbe trovato “contenuti offensivi” nei titoli di circa 200 pezzi e tra i lemmi incriminati ci sarebbe anche l’appellativo di “Hottentot”, balbuziente, ovvero come i coloni olandesi chiamavano la popolazione del Sudafrica.
Raphael Roig, dell’International Council of Museums, ha dichiarato che questo lavoro di “pulitura” fa parte del progresso, ma non dimentichiamo che il Rijksmuseum ha riaperto dopo molti anni di restauri nel 2013, e le ottomila opere esposte nella collezione avevano già avuto le etichette “riviste”.
Il progresso, forse, sarebbe iniziare a pensare che un titolo nasce con l’opera e il suo artista, non dopo cento e passa anni, per mano di qualche mediatore. Allora, perché non schiarire addirittura la pelle del servo nero, anzi coloured? Ma si sa qualcuno, ai tempi, ai tempi divenne famoso anche per aver messo le mutande a Michelangelo. Gli portò fortuna nella storia, o gli costò cara. Anche questi sono punti di vista?

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