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Il Buddha che non piace a Fiac. Il progetto di Pascal Convert fa discutere la Francia

di - 27 Ottobre 2017
Presso la galleria parigina di Eric Dupont, Pascal Convert presenta À Bâmiyân, un interessante progetto multimediale che, per qualità e tematica e sull’onda dell’indignazione di critica e pubblico, sembra avere tutti i requisiti per diventare opera di riferimento in eloquenti dibattiti e riflessioni sull’attuale mercato dell’arte oppure dell’arte di far mercato. Classe 1957, Convert è un artista che lavora con scultura, installazione, video, scrittura e documentario, per indagare sulla memoria e sull’assenza. Spinto dai rivoltanti attentati del gennaio 2015, accaduti nella capitale francese, l’artista allestisce un progetto sulla distruzione, da parte dei Talebani, dei Buddha della valle di Bamiyan, in Afghanistan, nel 2001. Il progetto presenta una panoramica della zona archeologica, restituita da foto calate in quindici pannelli e restituite dalla stampa al platino-palladio, troviamo inoltre il filmato I bambini di Bamiyan, una scultura di un bambino, il figlio dell’artista, parte del ciclo Portrait de jeune en Saint Denis e un libro scritto dal filosofo e storico dell’arte francese Georges Didi-Huberman, dal titolo Antres-Temps (Ritournelle de Bamiyan), che sottolinea: «è così facile polverizzare un corpo. Così difficile, però cancellare un buco».
Ma cosa c’è che non va? Ebbene, sfogliando un articolo di Michel Guerrin, “FIAC: Les exactions des talibans, les casseurs de pierre et coupeurs de têtes, ce n’est pas fun”, pubblicato su Le Monde il 20 ottobre scorso, scopriamo il percorso a ostacoli di À Bâmiyân. L’artista ha presentato il suo progetto per rappresentare la Francia alla Biennale di Venezia del 2017 e, su 24 candidati, è anche riuscito ad arrivare alla fase finale, persa poi contro Xavier Veilhan, con Studio Venezia. In seguito, il progetto, sostenuto finanziariamente dal gallerista, è stato presentato e rifiutato della giuria della Fiac «senza alcuna spiegazione», come ha sottolineato Eric Dupont. Insomma, À Bâmiyân non l’ha spuntata neanche questa volta? «Forse siamo troppo avanti con i tempi, intendo rispetto alla visione del mondo. Diciamo che questo progetto non rientra nella campagna marketing della Fiac. Il soggetto è molto politico e il modo di trattarlo è molto sensibile. Contrariamente a quanto ci si aspetta, dovrebbe essere un tema che unisce e invece dà fastidio, perché è troppo sensibile, attuale», ha affermato Eric Dupont.
Per semplice curiosità, il progetto per la Biennale di Venezia avrebbe presentato, inoltre, due Buddha di minori dimensioni, in vetro trasparente e allungati a terra, che avrebbero lasciato intravedere i resti degli altri Buddha, poiché il progetto comprende l’intera scannerizzazione di ciò che rimane delle sculture. In ogni caso, in galleria, la mostra sarà visitabile fino al 19 novembre. (Livia De Leoni)

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