A sostenere il “nuovo MACRO” c’è, come già annunciato, il Palaexpo, che si “accorperà” con le sedi di via Nizza e Testaccio.
L’Azienda Speciale, in attesa di una nuova governance per l’anno prossimo, lancia così – stamattina – i suoi assi nella manica. Ovvero che il Museo per l’Arte Contemporanea di Roma, come si sospettava, di “museo” in senso stretto nel prossimo futuro avrà ben poco. Anzi niente. Stando alle presentazioni, infatti, il MACRO sarà un dispositivo di incontro. Un palcoscenico sul quale invitare gli artisti a mostrare il proprio lavoro, a fare comunità. Almeno per i prossimi 15 mesi: ecco il progetto del “MACRO asilo” che sarà affidato all’antropologo Giorgio De Finis, ideatore e direttore del Museo dell’Altro e dell’Altrove MAAM che, a più riprese, negli scorsi mesi era stato dato per certo come “nuovo direttore”. E invece no, De Finis non sarà direttore ma la chiave di volta “curatoriale” per questo nuovo inizio che non si configura nel modo in cui – ormai pochi – addetti ai lavori speravano.
Niente mostre infatti, se non quella dedicata ai Pink Floyd (mentre il Palaexpo dedicherà una retrospettiva a Cesare Tacchi, in una strana inversione di ruoli), ma un programma che lavorerà sulla collezione permanente dell’ormai deceduto museo (con un nuovo allestimento?) e su quella che sarà la nuova vita come “contenuto” piuttosto che un “contenitore”, prendendo le mosse dal quel posto “Dove lo stare si sostituisce alla visita”, come l’artista Cesare Pietroiusti – citato in cartella stampa – ha definito il MAAM.
Ovvero? Ovvero questo “asilo” sarà una convocazione continua degli artisti tramite un appello pubblico (performativo, si dice): “Potrà aderire alla chiamata chiunque si definisca artista”.
E si è aggiunto che il MACRO sarà un museo “permeabile”, “polidisciplinare” che ospiterà gli atelier degli artisti, che utilizzeranno gli spazi giornalmente, come una sorta di campo base, di roccaforte creativa.
Perché? Perché non ci sono soldi. Ed è tutto nero su bianco: “Per far fronte alla carenza strutturale di fondi per l’arte e la cultura, e per non incappare in scelte manageriali che premino solo quelle operazioni vantaggiose dal punto di vista della vendita dei biglietti o dell’abbattimento dei costi di produzione – scelta che di fatto consegna il museo pubblico nelle mani di privati e gallerie”, si è detto a chiare lettere, e si è scritto nella cartella stampa.
Peccato, però, che per queste attività ci saranno a disposizione 800mila euro! Con questo tesoretto forse qualcos’altro si poteva pensare.
E invece via, ad un bel programma “alternativo” in quello che doveva essere il fiore all’occhiello capitolino dell’arte di oggi. Presumibilmente non solo italiana, non solo romana, e non di tutti coloro che si proclamano artisti. Beuys tradito, ancora. E l’arte contemporanea, a Roma, pure.
Ciao “vecchio MACRO”, ti salutiamo con una foto in home page che sembra già preistoria!