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“Il silenzio delle immagini”, ovvero come si è inventata l’arte. Ecco pensieri e parole dalle due giornate di convegno, al MAXXI

di - 13 Dicembre 2015
È Rilke a introdurre al MAXXI di Roma il tema del convegno internazionale.
Con le sue composizioni liriche, mentre cerca di aprirsi un varco nel silenzio assoluto delle parole, commenta l’opera di Hammershoi (nella relazione di Luca Esposito, La Sapienza) e sostiene che l’artista danese “non si affretta a parlare”, tutt’altro, Hammershoi, il pittore della vita domestica cerca una porzione di realtà immersa nel silenzio. Il silenzio delle immagini appunto, questo il fil rouge delle due giornate di studi.
Al dibattito intervengono molti dei maggiori studiosi di tutte le università (Roma, Udine, Berna, Amburgo) e le istituzioni (MAXXI, Musei Vaticani, Max Planck) italiane ed estere, tra cui la professoressa Claudia Cieri Via (La Sapienza) che apre la discussione proponendo una riflessione su linea, colore, composizione: le tre parole magiche della pittura. Si inseriscono nel discorso Margherita Guccione e Anna Mattirolo, tenendo come punto fermo del convegno quello di creare un ponte ideale tra il nuovo allestimento al MAXXI e la mostra ai Capitolini a cura di Marzia Faietti che tira le fila delle due giornate. È la volta poi di Alessandro Nova (Max Planck, Firenze) che si dedica a “comporre col panneggio” illustrandone il ruolo a partire da Giotto a Padova fino a Tiziano.
Il panno e il panneggio viene ripreso ancora il giorno seguente dal bell’intervento di Elisa Coletta (La Sapienza) sull’arte dell’artista brasiliano Sidival Fila, (foto di home page) considerato in rapporto a Fontana (nella foto sopra) e all’arte del Barocco.
Con il primo gioca al contrario, cioè mentre Lucio Fontana buca la tela attraverso cui “passa l’infinito”, col Barocco nell’esporre l’intreccio Fila fa un’operazione accostabile a quello di Bernini nelle pieghe della Beata Ludovica Albertoni. Matthew Levy (The Behrend College) descrive il minimalismo dei quadrati di Jo Baer che sono empty pictorial windows e in quanto muti segni in bianco e nero si assottigliano sempre più esprimendo al meglio la sua poetica: picture is nothing secondo Baer.
Achrome e monocromo sono due temi rispettivamente trattati da Michele Dantini nelle opere di Piero Manzoni e da Frank Fehrenbach, nella resa scultorea, a cui fanno da contraltare i disegni a monocromo di Parmigianino evidenziati dalla Faietti che illustra brevemente la maestria dei pittori del Rinascimento nell’uso della grafica e del disegno. Non tanto diversamente da quello che molti secoli dopo faranno Cy Twombly o Michaux, un vero e proprio tachisme a matita.
Kurt Forster (Yale School) racconta l’origine della linea. Non è solo la base su cui poggia la corrente dell’Art Nouveau ma è anche un segno di forza funzionale a incidere il tratto, il marmo, la costruzione, o lo skyline, e in architettura che succede? La sua matrice in questo caso è manifestazione del design interno. Lo speaker, docente di architettura, prende in considerazione l’opera di Van der Welde, Robert Meyer e inoltre tira fuori un simbolo martoriato degli ultimi tempi: la Tour Eiffel. Nei suoi 320 metri differisce da altre torri proprio per la sua linea “grafica”. Attraverso un percorso cronologico, affatto discutibile, costituisce un “time line” che si connette con i tocchi di colori nella Tour Eiffel di Seurat o nell’opera di Klee. Ruote, vortici, black hole, rampe e scale si ripresentano nelle decorazioni lineali dei manifesti Art Nouveau. Per non parlare della conchiglia che il poeta Paul Valéry indica come forma tubolare straordinaria (la coquille). Forme artistiche dunque, intrise di memoria che ritornano ancora all’Opera House e nell’idea del Bauhaus.
Les ombres di Boltanski chiudono il cerchio di due giorni connotati da scienza e bellezza con la relazione di Viola Hildebrand-Schat (Goethe Università di Francoforte). Nonostante anche la memoria cambi nel tempo, ombre e contorni aiutano a ricostruire l’immagine e l’immaginazione. (Anna de Fazio Siciliano)

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