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Il suono non ha confini. L’installazione di Iginio De Luca al Parco della Musica di Roma

di - 22 Febbraio 2018
L’Auditorium Parco della Musica di Roma è un luogo dove tutte le declinazioni dell’Arte trovano la loro dimensione per potersi esprimere. Tra i vari spazi che compongono il capolavoro di Renzo Piano, tra il foyer della Sala Petrassi e il Teatro Studio Borgna, troviamo il Sound Corner che, fino al 28 febbraio, ospiterà l’istallazione sonora di Iginio De Luca, artista famoso per la sua capacità visionaria e per la potenza evocativa delle sue opere, a cura di Silvano Manganaro, critico, curatore e professore di Storia dell’Arte ed Economia dell’Arte presso l’Accademia di Belle Arti dell’Aquila.
La musica è protagonista assoluta assieme a tutte le sue sfumature. La sua peculiare capacità di saper evocare immagini e visioni, toccando con dolcezza le corde dei nostri animi o scuotendole con indomabile impeto, la rende depositaria assoluta di verità e di memoria storica. Un passato che emerge, con le unghie e con i denti, accompagnato da toni forti e disordinati, con il solo scopo di illuminare le menti, di infondere quei valori ormai persi, per poter affrontare questa realtà con maggior consapevolezza.
Nell’opera Iailat, unione casuale delle lettere che compongono la parola “Italia”, De Luca ha lavorato sull’inno nazionale, stravolgendolo. La versione di Fratelli d’Italia ripresa, è quella diretta da Daniel Harding per il Concerto di Capodanno 2010 al Teatro La Fenice di Venezia. Il ritmo baldanzoso che lo contraddistingue viene deformato, dilatato, rallentato così da poter (finalmente) “intravedere” i lamenti, i dolori e le tragedie che si celano dietro la famosa composizione. Inizialmente la musica accompagnava un’altra opera di trasformazione, quella del tricolore, nel 2011. La bandiera italiana è composta da tre vasche piene di colore, debitamente divise da argini mobili che, durante l’esecuzione dell’inno distorto, si rompono e, pian piano i colori, si mischiano creando un assunto fangoso che ci rimanda alla terra. Una terra senza colori, che ci ricorda che non ci sono confini se non quelli che mettiamo noi, una terra che continuerà a vivere solo se torniamo a essere dapprima umani che italiani, norvegesi, inglesi, francesi.
Lavorare con simboli carichi di significati storici richiede una grande esperienza e maestria, requisiti che Iginio De Luca ha dimostrato di possedere, innescando dispositivi di visione e di immaginazione guidati unicamente dai sensi e dalle emozioni prodotte dall’ascolto attento. Un’opera utile, che ci lascia interdetti facendoci traballare sulle nostre anomale certezze e che apre lo sguardo verso un’Italia dilaniata dall’egoismo e dalla disumanità dilagante. (Valentina Muzi)

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